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(o) Incontri
20161118 RM serate agostiniane ciclo 2 lez 2 04Un pubblico qualificato e attento
ha seguito la lezione svolta dal
prof. P. Virgilio Pacioni,
tenuta presso la prestigiosa
Sala del Chiostro di
Santa Maria della Vittoria
a piazza del Popolo in Roma.

Titolo: "Origine e dinamica di vita della Città di Dio"

Qui di seguito alcune foto scattate nell'occasione;
più altre di migliore qualità, scattate dall'amico
professore fiorentino Albino Todeschini
anch'egli presente alla serata
pdf2016-LOCANDINA__ravvicinata.pdf

Dopo le foto le cinque note, su foglio distribuito ai presenti,
da testi agostiniani citati durante la conversazione.

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Note stampate su foglio a disposizione dei partecipanti

Nota 4 - Civ Dei, 14, 1

"Dio ha voluto che tutti gli uomini nascessero da un unico uomo, perché il genere umano non solo fosse unito dalla natura identica, ma anche legato con una relazione quasi di parentela in una unità concorde con il vincolo della pace. Il genere umano d'altra parte non sarebbe divenuto soggetto alla morte in ciascun suo membro se i primi due, dei quali il primo fu creato dal nulla, la seconda dal primo, non l'avessero meritato disobbedendo; essi commisero un peccato così grande... Essi commisero un peccato così grande da provocare la degenerazione della natura umana, trasmettendo anche ai posteri il debito del peccato e il castigo della morte. Il regno della morte ha dominato a tal punto sugli uomini che tutti precipiterebbero anche nella seconda morte che non ha fine, secondo una pena dovuta se una indebita grazia di Dio non ne liberasse alcuni.  E per questo è accaduto che, nonostante tutti i numerosi popoli che vivono sulla terra abbiano diverse religioni, diverse moralità, siano distinti per la diversità delle lingue, delle armi, dei vestiti, non esistono tuttavia che due generi di società umane che a ragione potremmo chiamare secondo le nostre scritture due città, l'una è formata da coloro che vogliono vivere secondo la carne, l'altra da coloro che vogliono vivere secondo lo spirito, ciascuna nella propria pace”

Nota  23 - Civ. Dei. XIV, 2,1

"Chi prende superficialmente le nostre parole dimenticando o prestando scarsa attenzione al modo in cui si esprimono le Sante Scritture, può pensare che certamente vivono secondo la carne i filosofi epicurei poiché hanno riposto il sommo bene dell'uomo nel piacere del corpo, così pure tutti coloro che hanno immaginato che questo bene sia in ogni caso un bene materiale, e fra essi tutta quella gente che non segue questa o quella dottrina filosofica, ma, abbandonata alla passione, sa godere unicamente dei piaceri sensibili. Al contrario gli stoici, che ripongono il sommo bene nell'anima, vivrebbero secondo lo spirito”

Nota 24 - Civ. Dei. XIV, 2,2

"Fra le opere della carne che San Paolo ha dichiarato note e ha condannato dopo averle passate in rassegna, noi non troviamo soltanto quelle che riguardano il piacere del corpo, come la fornicazione, l'impurità, il libertinaggio, l'ubriachezza e le orge, ma anche quelle che rivelano i vizi dell'anima, che sono estranee ai piaceri della carne. Ognuno capisce che l'idolatria, la stregoneria, le inimicizie, la discordia, la gelosia, i dissensi, le divisioni, le fazioni, l'invidia, sono piuttosto vizi propri dell'anima e non del corpo… Quindi il dottore delle genti in fide et veritate considera opere della carne questi pervertimenti e simili soltanto perché, secondo il discorso figurato, con cui si usa la parte per il tutto, col termine carne intende indicare l'uomo stesso”

Nota 31 - Civ. Dei, XIV, 28

"Due amori dunque costituirono due città: l'amore di sé fino al disprezzo di Dio ha costruito la città terrena, e l'amore di Dio fino al disprezzo di sé ha costruito la città celeste. Inoltre quella pone la sua gloria in se stessa, questa la pone nel Signore. Quella trova la gloria in se stessa, questa nel Signore. Quella cerca la gloria tra gli uomini, per questa la gloria più grande è Dio, testimone della coscienza. Quella solleva il capo nella sua gloria, questa dice al suo Dio: Tu sei la mia gloria e solleva il mio capo. In quella domina la passione del potere nei suoi capi e nei popoli che assoggetta; in questa si scambiano i servizi nella carità, i capi col deliberare e i sudditi con l'ubbidire… Nella città terrena, pertanto, i suoi sapienti che vivevano secondo l'uomo hanno dato rilievo al bene o del corpo o dell'anima o di tutti e due… Nell'altra città, al contrario, non v'è sapienza umana all'infuori della pietas, che fa adorare in modo conveniente il Dio vero perché essa attende il premio nella società dei santi, non solo uomini ma anche angeli, affinché Dio sia tutto in tutti”

Nota  37 -  Sermo 34,2,3

"Che cosa infatti ci ha dato perché Lo potessimo amare, ascoltatelo più apertamente dall'apostolo San Paolo. La Carità di Dio (l'amore Suo) è stata diffusa nei nostri cuori. Da dove (da dove quest'amore di Dio)? Forse da noi? No. Da dove allora? Per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato (e poi viene aggiunta una chiarificazione che è definitiva). Avendo dunque una così grande garanzia, possiamo amare Dio da Daio (amemus Deum de Deo). Noi  possiamo amare Dio perché Dio ci ha data la capacità stessa di amarlo. Possiamo rivolgerci a Lui con amore perché Egli oggi, nel presente, ci fa oggetto di amore di Sè. Lo amiamo a partire da Lui, per un'attrattiva che Egli suscita attraverso la Sua grazia. “Infatti, poiché lo Spirito Santo (che ci è stato dato) è Dio, amiamo  Dio da Dio. Che cosa dire di più? Amiamo Dio da Dio”



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Breve sintesi della lezione a S. Maria del Popolo delle

Serate Agostiniane Romane (II anno, lezione 2)

Il giorno 18 novembre 2016 ha avuto luogo nell’aula del Chiostro di S. Maria dl Popolo in Roma il secondo incontro (del II anno) delle Serate Agostiniane Romane.

La professoressa Annalisa Malatesta ha introdotto l’incontro con il prof. Virgilio Pacioni ricordando che con queste Serate Romane il comitato promotore intende promuovere la diffusione del pensiero di S. Agostino, riprendendo metodo e spunti suggeriti da don Giacomo Tantardini, nelle sue lezioni sul Santo africano tenute nella Libera Università San Pio V di Roma.

In proposito sono state citate alcune parole dell’allora Cardinale J. Ratzinger pronunciate in occasione della presentazione del libro Il Potere e la Grazia. Attualità di Sant’Agostino a cura del mensile 30Giorni, in un’aula della Camera dei Deputati, a Roma, e che furono motivo ispiratore dell’impegno accademico del compianto don Giacomo.

Dopo questa breve introduzione, la prof. Malatesta ha dato la parola al relatore.

Lo studioso agostiniano ha iniziato la lezione su Origine e dinamica della Città di Dio ponendo due premesse.

a)    Per Agostino le nozioni di civitas e di appartenenza sono fondamentali. Questo è uno dei punti in cui l’Africano si scontra con lo gnosticismo. A questo, sia antico che moderno, infatti, ripugna l’idea di rapporto, come affermato da Giacomo Contri in un’intervista rilasciata a 30Giorni nel 1998.

b)    La seconda premessa. Oltre alla nozione di civitas, in Agostino risulta fondamentale una nuova di tempo come storia.  Nell’opera  La Città di Dio è illustrata una visione della storia  nella quale l’amore è il centro di gravitazione universale, interna al tempo stesso. (studioso agostiniano G. Amari).

Passando al commento del primo paragrafo del libro XIV dell’opera La Città di Dio ci si è soffermati sul testo del paragrafo che suona così:

Essi, [i primi , Adamo ed Eva] commisero un peccato così grande da provocare la degenerazione ella natura umana, trasmettendo anche ai posteri il debito del peccato e il castigo della morte.

Il regno della morte ha dominato a tal punto sugli uomini che tutti precipiterebbero anche nella seconda morte che non ha fine, secondo una pena dovuta, se una indebita (non dovuta) grazia di Dio non ne liberasse alcuni. Per questo è accaduto che esistono due generi di società umana che possiamo chiamare, secondo le nostre Scritture, due città.

Nella storia degli uomini, che va “da omicidio a omicidio”, è accaduto un fatto imprevisto, una grazia non dovuta, totalmente gratuita che ha incontrato il cuore di alcuni. Questa è la grande novità del cristianesimo che Agostino intende approfondire.

Esiste una societas di uomini che vanno verso la morte a causa della natura degenerata dal peccato originale e una societas di uomini che una grazia non dovuta libera dall’infelice condizione.

Terminato il commento al primo paragrafo, il prof. Pacioni è passato al commento dell’ultimo paragrafo (del XIV libro) , soffermandosi in particolare sul passo che suona così:

“Due amori costituiscono due città: l’amore di sé fino al disprezzo di Dio (che ha costruito la città terrena) e l’amore di Dio che ha costruito la città celeste”.

Il relatore ha osservato che per comprendere queste prime righe del paragrafo occorre leggere tutti i paragrafi; inoltre a tal fine può essere utile riprendere alcuni tratti del discorso 34, pronunciato nel 418, periodo in cui Agostino scriveva la seconda parte de La Città di Dio.

Nel citato discorso l’Africano spiga cosa significhi amare Dio (amare Deum), sottolinea che se il Mistero non interviene nella storia rivelandosi, l’uomo può arrivare a riconoscerne l’esistenza osservando la realtà creata, tuttavia a causa del peccato originale tale riconoscimento tende a decadere in presunzione idolatrica.

Agostino osserva, parlando al popolo: “Che cosa infatti ci da dato perché Lo potessimo amare, ascoltatelo più apertamente dall’apostolo San Paolo. La Carità di Dio (l’amore tuo) è stato diffuso nei nostri cuori. Da dove (da dove quest’amore di Dio)? Forse da noi? No. Da dove allora? Per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato”. Avendo dunque una così grande garanzia, possiamo amare Dio da Dio (amamus Deum da Deo) .  Possiamo amare Dio perché Dio ci ha dato la capacità stessa di amarLo.  Possiamo rivolgerci a Lui con amore perché Egli, oggi nel presente, ci fa oggetto di amore di sé.

Lo amiamo a partire da Lui, per un’attrattiva che Egli suscita attraverso la sua grazia

Infatti, poiché lo Spirito Santo (che ci è stato dato) è Dio, amiamo Dio da Lui. Che cosa dire di più? Amiamo Dio da Dio (amamus Deum de Deo).

(a cura di 
Maurizio Perfetti,
collaboratore del comitato Serate Agostiniane Romane)








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