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(o) Incontri
20160408 1 lez agost anno2 26La lezione, seguita da un numeroso e attento pubblico,
si è svolta presso la Sala del Chiostro di
Santa Maria della Vittoria a piazza del Popolo in Roma,
come dal previsto programma.

Qui una breve sintesi del contenuto; di seguito
alcune foto scattate nell'occasione
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Ricapitolare in breve questa opera complessa, considerata il capolavoro di Agostino d’Ippona (Tagaste , 13 novembre 354 – Ippona , 28 agosto 430), non è certamente cosa semplice, considerando l’ampiezza e la profondità di un pensiero che spazia in molteplici campi del sapere umano.

Per chi affronta il testo, scritto oltre 1600 anni fa, tra il 413 e il 420, è inoltre necessario conoscere la specifica situazione storica dell’epoca: è del 410, infatti, l’episodio dei tre giorni del “sacco di Roma” operato dai “barbari” Goti di Alarico che fu interpretato in tutto l’Impero Romano del tempo come una svolta epocale, la fine di una storia di potenza millenaria che costituiva il centro del mondo civile.  

Il turbamento,  vissuto in particolare dal ceto dirigente e dagli intellettuali dell’epoca, portava ad accusare la “nuova religione” di essere colpevole degli eventi nefasti:  il cristianesimo approvato nel 313 dall’imperatore Costantino, andava infatti sostituendo nella civiltà romana il culto degli dèi aviti ai quali erano attribuiti i successi e l’espansione dell’Impero; inoltre nel 380 l’imperatore Teodosio impose il cristianesimo come unico culto religioso ammesso.

In questo clima, la prima preoccupazione di Agostino fu quella di difendere la fede cristiana dalle accuse, in particolare quelle di essere devoti ad un Dio che si disinteressa delle sorti dei fedeli  e di spingere verso l’irrazionalità. Nella sua opera l’Africano ribalta le accuse con dovizia di citazioni e di ragionamenti, dimostrando l’inconsistenza razionale dei culti pagani e il contemporaneo degrado dei costumi di vita nella società romana, nell’allontanarsi progressivo dalle virtù civili che erano alla base del suo successo.

Ventidue libri compongono l’opera integrale che può essere suddivisa  in due parti, la prima di dieci e la seconda di dodici: il titolo complessivo è suggerito dall’Autore stesso nelle sue “Ritrattazioni”, in pratica una rilettura (con correzioni) operata verso la fine della vita, di tutte le opere precedenti: “Sebbene tutti i ventidue libri trattino della Città di Dio e della città del mondo, essi hanno tuttavia derivato il titolo dalla migliore così da chiamarsi La Città di Dio”. (Retr. 2,43).

Provvidenza divina e libertà umana possono coesistere?  Perché sono decadute le virtù civili che hanno reso grande Roma?  Perché le divinità platoniche non liberano, con i culti loro tributati, gli uomini dai vizi di lussuria, usura, potere?  Perché gli dèi “impersonali” della filosofia non si interessano delle sorti umane? 

A queste domande Agostino fornisce le sue risposte nella prima parte dell’opera.

Nella seconda parte indaga sulla natura della Città di Dio, sua origine, suo sviluppo, suoi fini.

Dalla considerazione sull’evolvere del tempo non in senso ciclico (come per i Neoplatonici) e non con l’eterno ritorno (per gli Stoici), Agostino riafferma e approfondisce il senso della “via diritta”, della natura di Dio che è creatore del tempo stesso (e dunque non soggetto ad esso), perciò libero e che crea l’uomo libero e desideroso della vita eterna.

Con il peccato del primo uomo accadde un cambiamento radicale nella condizione umana: “Dio autore della natura e non delle corruzioni creò l'uomo retto ma egli volontariamente pervertitosi e giustamente condannato, generò uomini pervertiti e condannati....che sono liberati in virtù della grazia di Dio” (civ. Dei XIII, 14).

Dunque da Adamo sono sorte due città opposte di uomini. Il peccato commesso dal primo uomo si è esteso a tutti i discendenti, che hanno peccato in lui, in modo da formare un'unica massa di peccatori, a meno che non vengano liberati dalla grazia di Dio. Ebbene tutti coloro che saranno liberati dalla grazia di Dio formeranno la città di Dio pellegrina sulla terra, glia altri, quelli che non saranno liberati, apparterranno alla città terrena.

“Due amori hanno costruito due città: l'amore di sé spinto fino al disprezzo di Dio, ha costruito la città terrena; l'amore di Dio spinto fino a disprezzo di sé ha costruito la città celeste” (civ. Dei XIV, 28).

Non esistono che due generi di società umana, una formata dagli uomini che vogliono vivere secondo la carne,  l’altra da quelli che vogliono vivere secondo lo Spirito; la Chiesa, Città di Dio, è una realtà visibile e invisibile nello stesso tempo.

Scrive J. Ratzinger: “La sua (di Agostino) civitas Dei non è una comunità puramente ideale di tutti gli uomini che credono in Dio, bensì è un'entità sacramentale escatologica, che vive in questo mondo, quale segno del mondo futuro” (J. Ratzinger L'unità delle nazioni. Una visione dei Padri della Chiesa, Brescia 2009, P.113).

Per Agostino la Chiesa raggiunge la sua perfezione, ossia la pienezza di unità e di pace, solo nell'eschaton; tuttavia già oggi la Chiesa vive nella fiduciosa e operosa speranza di quel compimento.

Concludendo il suo intervento, il relatore ha fatto un’ultima chiarificazione per quanto riguarda l’opposizione (o il rapporto conflittuale) fra le due città, ricordando che Agostino tratta anche di un terzo tipo di amore, comune ai cittadini delle due città perché costitutivo della natura umana e quindi in comune nelle due città stesse: “… l'uso dei bene necessari a questa vita passeggera è comune agli uni e agli altri, all'una e all'altra famiglia, anche se l'intenzione nell'uso dei beni è esclusivo di ciascuno e molto diverso. Così anche la città terrena che non vive di fede, desidera la pace terrena e fonda la concordia dei cittadini su un certo accordo ordinato circa i beni di questa vita mortale. Quanto alla città celeste o piuttosto quella parte di essa che, va pellegrinando nel tempo e vive di fede, ha anche essa bisogno di godere di questa pace fino a che cessi la condizione mortale. Pertanto mentre essa conduce una vita per così dire prigioniera del suo pellegrinaggio presso la città terrena, anche dopo aver ricevuto la promessa della liberazione e il dono della grazia spirituale come caparra non dubita di sottomettersi alle leggi della città terrena, con le quali sono amministrati i beni utili a sostenere questa vita mortale... al fine di mantenere la concordia fra le due città. Dunque anche la città celeste, nel suo pellegrinaggio terreno, si serve della pace terrena e perciò difende e persegue l'accordo delle volontà umane intorno a questi beni, per quanto lo permette il rispetto della pietà e religione” (civ. Dei XIX, 17).

Questa è una intuizione di grande attualità. La fede in Gesù Cristo deve rendere i cristiani capaci di presenza dentro i bisogni di questo mondo, per contribuire alla diffusione del regno di Dio e a una crescita più giusta della società civile.

Le due città (di Dio e dell’uomo) si servono ugualmente dei beni temporali e ugualmente sono afflitte dai mali temporali, distinte soltanto per una fede diversa, una speranza diversa, un amore diverso” (civ. Dei XVIII, 54, 2).

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