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Il richiamo implicito ma chiarissimo al debito nei confronti di Alessandro Manzoni non fu colto dal giornalista, che seguitò a incalzare il maestro per strappargli almeno un titolo della sua ricchissima produzione. Alla fine Camilleri citò Il re di Girgenti, senza aggiungere altro.

Curiosamente non fece alcun riferimento a Sciascia, che pure è sempre apparso — per amicizia personale e affinità artistica — il modello a lui più chiaramente prossimo, sia per la tensione a un giallo pienamente letterario, capace di elevare la scrittura di genere a letteratura tout court, sia per la sensibilità etica che ha accomunato i due grandi siciliani.

Ma in realtà il richiamo a Manzoni non dovrebbe sorprendere troppo. Anzitutto per la questione della lingua. Come Manzoni, che risciacquò “i panni in Arno” e seppe creare una prosa capace di fare dei Promessi Sposi il primo vero romanzo popolare della letteratura italiana — al punto tale che l’edizione del 1840, dopo essere apparsa a puntate, venne pubblicata con un corredo d’illustrazioni pensate e volute dallo stesso autore — anche Camilleri ha lasciato il segno per aver elaborato una lingua regionalizzata ma aperta e consapevole di poter giungere a un pubblico il più vasto possibile. Ne è prova lo straordinario successo dei suoi romanzi ben al di là del perimetro dell’isola in cui le avventure di Montalbano si svolgono.

I due scrittori sono accomunati dall’importanza data alla centralità della trama, senza fronzoli stilistici e intimismi sentimentali. In questo, certamente, nel caso di Camilleri, la struttura del giallo aiuta, ma il giallo com’è oggi ha assunto caratterizzazioni anche barocche che vanno dalla truculenza irrealistica fino all’irruzione del romanzo rosa e del paranormale all’interno della narrazione, elementi che in Camilleri non compaiono, nell’asciuttezza di un prosa viva ed efficace nella sua funzionalità espressiva. A lui s’attaglierebbe perfettamente l’adagio manzoniano secondo il quale, a superare il moralismo di cui alcuni scrittori mediocri spesso si fregiano, «a noi basta d’avere una storia da raccontare».

E infine, alcune caratteristiche della Storia milanese del Seicento narrata dal grande lombardo — l’ironia, il sorriso applicato alla mediocrità della condizione umana, alle sue contraddizioni, a quel “guazzabuglio del cuore umano” così mirabilmente incarnato dai personaggi — ritornano, sia pure con accenti diversi, nell’umanità così amaramente e realisticamente descritta nella produzione di Camilleri. Al quale tuttavia manca la grande Presenza provvidenziale che agisce nella storia, anche in quella comune e minima delle «genti meccaniche e di picciol affare», che nel cattolicesimo manzoniano ha un ruolo decisivo, nel laico Camilleri non appare.

Ma Camilleri non è mai stato uomo di pregiudizi precostituiti. Tutt’altro. Ha sempre conservato un ricordo vivo e pieno di gratitudine del suo maestro in Rai, Diego Fabbri, il drammaturgo di Processo a Gesù, alla scuola del quale imparava a smembrare fisicamente i romanzi di Simenon per ricostruirne una sequenza sceneggiata nella celeberrima serie dei Maigret interpretati da Gino Cervi.

E l’unica volta in cui ebbi il privilegio di parlare con lui nel 2010, raccontò divertito di quando negli anni Cinquanta dovette scusarsi con il cardinale Angelo Roncalli per aver bestemmiato a voce alta durante le prove di uno spettacolo teatrale che si preparava alla Cittadella di Assisi — il centro Pro Civitate christiana diretto da don Giovanni Rossi, lo stesso in cui Pasolini ebbe la prima idea del Vangelo secondo Matteo — e che la Rai, con Camilleri alla regia, avrebbe trasmesso il giorno dopo in diretta. La questione verteva sulla forma di alcune nuvolette da disporre sulla scena a simboleggiare in modo minimalista il Paradiso. Un suo irrequieto collaboratore, a cui non piacevano, si accingeva a distruggerle quando Camilleri, per fermarlo, lo apostrofò con quel corredo improprio senza accorgersi che la platea era affollata di prelati.

Il futuro Papa Giovanni, alla sua richiesta di scuse, gli rispose che la bestemmia non gli faceva certo onore, ma che sulla sostanza della questione Camilleri aveva pienamente ragione. I due si congedarono con ampi sorrisi e reciproca simpatia.

Le nuvolette rimasero lì, il paradiso fu risparmiato intatto, benché stilizzato, per speculum et in aenigmate, in attesa che il maestro siciliano, e con lui tutti noi, potesse un bel giorno accertarsi con i suoi stessi occhi, oramai non più ciechi, se corrisponda almeno un poco all’originale.

di Giovanni Ricciardi

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