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 vincent 20190711


In attesa dell'incontro
promosso instancabilmente grazie a Domenico Menorello,
per giovedì prossimo 11 luglio 2019 a via della Pigna in ROMA,
ecco una scelta di articoli pubblicati più o meno di recente
sullo scottante argomento di -purtroppo- attualià

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Vincent #Lambert: 10 falsi miti pro eutanasia
di Davide Vairani

La determinazione dei genitori di Vincent Lambert nella difesa della vita del proprio figlio, nonostante il suo fortissimo handicap, suscita ammirazione, ma anche reazioni di disprezzo, soprattutto per la loro fede cristiana.

"Siamo davanti ad un chiaro caso di cristianofobia: la pratica religiosa di una persona è evidenziata pubblicamente ed utilizzata strumentalmente a fini di denigrazione", scriveva nelle scorse settimane Vivien Hoch, capo redattore de "l'Observatoire de la christianophobie" di Parigi.

Nel momento nel quale Vincent sta morendo materialmente di fame e sete, ci sembra importante smontare 10 falsi miti pro eutanasia che vediamo girare sui social e sui media francesi ed italiani.

Per amore di verità e - soprattutto - per contribuire nel far comprendere ad un pubblico il più ampio possibile che cosa sta accadendo davvero in Francia attorno alla sorte terrena del povero Vincent Lambert.

 

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Vincent #Lambert: 10 falsi miti pro eutanasia

di Davide Vairani

La determinazione dei genitori di Vincent Lambert nella difesa della vita del proprio figlio, nonostante il suo fortissimo handicap, suscita ammirazione, ma anche reazioni di disprezzo, soprattutto per la loro fede cristiana.

"Siamo davanti ad un chiaro caso di cristianofobia: la pratica religiosa di una persona è evidenziata pubblicamente ed utilizzata strumentalmente a fini di denigrazione", scriveva nelle scorse settimane Vivien Hoch, capo redattore de "l'Observatoire de la christianophobie" di Parigi.

Nel momento nel quale Vincent sta morendo materialmente di fame e sete, ci sembra importante smontare 10 falsi miti pro eutanasia che vediamo girare sui social e sui media francesi ed italiani.

Per amore di verità e - soprattutto - per contribuire nel far comprendere ad un pubblico il più ampio possibile che cosa sta accadendo davvero in Francia attorno alla sorte terrena del povero Vincent Lambert.

"Sua madre dovrebbe soltanto portare a casa suo figlio e prendersene cura lei stessa! "

Ai suoi genitori piacerebbe e diverse autorità mediche hanno riconosciuto che Vincent Lambert potrebbe essere ospitato nella casa dei suoi genitori.

Hanno fatto diverse richieste ai tribunali francesi e questo è stato espressamente e sistematicamente rifiutato.

Questo è il primo problema fondamentale e specifico per questo caso: Vincent Lambert non è nell'unità di cura adattata alla sua situazione. Non dovrebbe essere in un servizio di cure palliative, ma in una casa o clinica che è adattata e specializzata per la sua disabilità.

Alcuni ospedali e cliniche private specializzate in questo tipo di disabilità si sono offerti di accogliere Vincent Lambert nelle loro strutture.

Anche questo è stato sistematicamente rifiutato.

In un documento del 18 aprile 2018 pubblicato su "Le Figaro", 70 "medici e professionisti specializzati nella cura della paralisi cerebrale in uno stato vegetativo o pauci-relazionale" dicono su Vincent Lambert che "è chiaro che non è alla fine della vita".

La durata media della permanenza in una unità di cure palliative in Francia è di 16 giorni. Vincent vive in un reparto di cure palliative da 10 anni.

"È evidente che non è in fin di vita. La sua sopravvivenza nelle condizioni e nel contesto che lo circondano – disintegrazione famigliare, procedure giuridiche interminabili, scatenamento mediatico, assenza di progetto di vita con abbandono di ogni rieducazione o uscita o momento in sedia a rotelle, isolamento sensoriale e relazionale nella sua camera, dov’è rinchiuso a chiave da quattro anni… – testimonia anzi ai nostri occhi la sua tenace pulsione di vita".

Per approfondire, si veda:

·         "'State introducendo un’eutanasia ipocrita'. Il duro 'J’Accuse' dei 70 medici che difendono Vincent Lambert", di Giovanni Marcotullio, "Aleteia", 20 aprile 2018

·         "70 spécialistes dénoncent une 'euthanasie qui ne dit pas son nom' et demandent le transfert de Vincent Lambert dans une unité spécialisée", in "Gènétique", 19 aprile 2018

"Nessuno vorrebbe vivere così, questa non è vita!"

Certamente! Nessuno vorrebbe vivere in una situazione del genere.

C'è tuttavia un sofisma per concludere che si dovrebbe dare l'eutanasia ad una persona che vive in una tale situazione.

In effetti, non è perché si soffre di un male o di diversi mali che si vorrebbe necessariamente morire.

Nessuno vuole perdere un braccio in un incidente sul lavoro e diventare disoccupato. Tuttavia, se accade una cosa del genere, una persona non perde necessariamente la volontà di vivere.

La risposta di una società solidale non dovrebbe essere quella di tenere una persona nella propria pena invitandolo a porre fine alla sua vita in modo da non soffrire più, ma prendersene cura ed aiutarlo a capire che la vita vale la pena di essere vissuta.

Inoltre, giudicare il valore della vita di una persona è pericoloso.

Quali criteri consentono di affermare che una vita vale la pena di essere vissuta? Sono universali e accettati da tutti?

"Ha detto che non avrebbe mai voluto essere tenuto in vita in un tale stato, rispettate la sua volontà "

Questo è un punto discusso in questo caso. In effetti, Vincent Lambert non ha elaborato le direttive anticipate, sebbene fosse un'infermiere e  dunque consapevole di tale possibilità.

Inoltre, solo sua moglie afferma di riferire ciò che avrebbe detto e un fratello afferma di riferire i suoi "ultimi desideri".

Tutti gli altri suoi fratelli, sorelle e persino il  nipote dissero che Vincent non aveva mai detto nulla a loro.

Tutti, comunque, hanno dedotto questo presunto desiderio di non essere tenuti in vita dalla sua personalità.

È affidabile?

La realtà è che ognuno di noi ha già detto ai nostri cari che non vorrebbero vivere con una disabilità grave o in una situazione nella quale le funzioni cognitive sono compromesse. Questo non significa che vogliamo morire per eutanasia.

Vincent Lambert ha avuto il suo incidente d'auto nel 2008. Ma  solo nel 2013, dopo una lunga conversazione con il Dott Kariger (il primo primario dell'Ospedale di Reims che aveva in cura Vincent) favorevole a "un chemin de fin de vie", Rachel Lambert dirà che questo era la volontà espressa da suo marito. Non aveva fatto commenti pubblici prima di quel momento.

Su questa base, il Dr. Kariger tentò quell'anno una prima eutanasia di Vincent Lambert.

Mentre il medico continuava a idratarlo (250-300 ml / giorno), Vincent Lambert sopravvisse alla fame per 31 giorni.

Questa resilienza -  che è stata mantenuta fino ad oggi -  è una seria indicazione di una volontà personale di vivere.

Questo è quello che dicono tutti i caregivers specializzati di questi pazienti in base alla loro esperienza, pazienti come Vincent Lambert che non vogliono più vivere o che "si lasciano andare psicologicamente" muoiono in pochi giorni, o anche poche ore, senza segnali premonitori.

"Non è più cosciente di se stesso, è un vegetale! "

La questione è dibattuta, ma le varie diagnosi stabilite durante tutto il processo giudiziario indicano che Vincent Lambert è in uno stato cronico di coscienza alterata che include stati che vanno da "vegetativo" a "pauci-relazionale".

Respira da solo, dorme e si sveglia. È alimentato da una gastrostomia. I suoi movimenti e le espressioni facciali sono difficili da interpretare a livello medico, ma non c'è dubbio che ci sia una possibile interazione con le persone, per quanto piccole possano essere.

Per esempio, gira gli occhi e si dirige verso sua madre quando lei lo chiama.

Diversi video presi da sua madre attestano reazioni alle sollecitazioni e almeno un chiaro risveglio di Vincent Lambert, dimostrando che non è un "vegetale".

Se si considera che Vincent Lambert è in uno stato vegetativo tale da non poter esprimere nulla e nemmeno essere consapevole del suo ambiente, allora non possiamo fingere di conoscere la sua vera volontà fino ad oggi e reclamare con certezza che vorrebbe morire.

Ciò rende l'eutanasia di Vincent Lambert ancora più scioccante: la saggezza tradizionale è che "nel dubbio, ci si astiene".

Qui, nel dubbio, lo uccidiamo.

E se Vincent Lambert non fosse più di un vegetale che non sente e non è più consapevole di nulla, perché provare a sedarlo perché non soffra?

"No all'accanimento terapeutico!"

Siamo totalmente d'accordo. Solo che - nel caso di Vincent Lambert - non c'è un trattamento medico.

Non prende medicine, non si sottopone a bypass regolari, non è collegato a un respiratore. Non è alla fine della vita. I

l 21 novembre 2018, i tre esperti medici incaricati dai tribunali hanno affermato che "i bisogni primari di base non sono il risultato di disordini terapeutici o di un'ostinazione irragionevole" e che la situazione medica di Vincent Lambert "non richiede alcuna misura di urgenza".

Certamente, la sua alimentazione da gastrostomia è fatta da una sonda. Il modo di amministrare la dieta è ben curato.

Ma ciò che viene somministrato non è una medicina, né un trattamento, né un artificio: è cibo, come per tutti gli esseri umani.

Inoltre, nel caso specifico di Vincent Lambert, bisogna dire che è in grado di ingoiare piccole quantità di cibo.

Tuttavia, i suoi successivi medici non hanno mai cercato di stimolare questa capacità di recupero delle sue facoltà.

Quindi, privare Vincent Lambert della sua dieta non è "lasciar andare" e "lasciarlo morire" significa ucciderlo.

È sbagliato ed estremamente serio vedere nella semplice dieta assistita di una persona handicappata "ostinazione irragionevole".

Ci sono migliaia di persone in Francia che non possono nutrirsi da soli, alcune sono persino malate e anziane.

Sarebbe legittimo lasciarli morire non nutrendoli più?

"Sono contrario all'eutanasia, ma ..."

Ma questa è un'eutanasia: la decisione di un terzo, il dottor Sanchez, di privare deliberatamente una persona di acqua e cibo con l'obiettivo finale di ucciderlo.

Rifiutarsi di nutrire e idratare una persona disabile per causare la sua morte perché si considera che la sua disabilità sia troppo grave costituisce, per un medico, una negazione del giuramento di Ippocrate.

Se uno non è fermo su un principio morale generale, allora ci si pone direttamente su un pendio scivoloso.

Certo, la situazione medica di Vincent Lambert è terribile e difficile; ma se può essere soppresso per eutanasia dalla volontà del suo tutore e del suo medico, perché le persone in coma per oltre 20 anni non dovrebbero essere accompagnate a un fine dignitoso?

E perché aspettare 20 anni? E se l'alimentazione con sondino è un trattamento, perché non fermare altre persone che non possono nutrirsi?

La direzione di questo pendio è il Belgio, che oggi consente legalmente l'eutanasia su richiesta dei minori depressi

"Sua madre è una cattolica tradizionalista che vuole imporre a suo figlio le sue convinzioni, è ignobile!"

Quando la gente dice che è meglio eutanasia perché "nessuno vorrebbe vivere in una situazione del genere", queste persone sostengono anche di imporre le proprie convinzioni a Vincent.

Poiché Vincent Lambert non può esprimere la sua volontà, le azioni intraprese su di lui sono necessariamente imposte, che si tratti di vita o di morte.

Perché un ateo o un agnostico che non crede nella vita dopo la morte dovrebbe essere più legittimato nell'imporre le proprie convinzioni su Vincent?

È abbastanza assurdo che alcuni deridano le convinzioni dei genitori di Vincent Lambert, mentre affermano che una volta morto Vincent Lambert non ne soffrirà più. Cosa ne sanno?

Come promemoria storico: solo le autorità cattoliche si sono opposte al programma di Hitler denominato "Aktion T4" istituito nel 1939 con l'obiettivo di eliminare le persone con disabilità.

Secondo il testo del decreto del programma, l'obiettivo era quello di "dare una morte misericordiosa per i pazienti che, per gli standard umani, sono stati dichiarati inguaribili dopo un esame critico della loro salute".

"Quali costi per la sicurezza sociale!"

Sì. Ma basare un giudizio sulla vita o sulla morte di una persona su considerazioni finanziarie è pericoloso per tutti.

Che dire di tutte le persone in coma? Quelli con tumori gravi, fulminei o lenti? Dovremmo stabilire un'età oltre la quale vivere sarebbe troppo costoso per la società e giustificare l'eutanasia di una persona che è troppo vecchia?

Ciò va contro il principio fondamentale del nostro sistema di sicurezza sociale: contribuire ai suoi mezzi ed essere trattato secondo i suoi bisogni.

Nel caso particolare di Vincent Lambert, che ha avuto il suo incidente d'auto nel viaggio tra la sua casa e il suo posto di lavoro, è sostenuto finanziariamente dalla compagnia assicurativa del suo datore di lavoro, e non propriamente "dalle nostre tasse".

Inoltre, le tariffe giornaliere in un istituto specializzato che sarebbero adattate a lui sono da due a tre volte inferiori rispetto a un servizio di cure palliative.

Il trasferimento richiesto per anni dai suoi genitori ridurrebbe - di conseguenza - i costi economici.

"L'ONU non ha nulla a che fare con questo caso. Le decisioni delle sue commissioni non hanno valore in Francia"

Le Nazioni Unite sono un'organizzazione internazionale che gli stessi Stati hanno creato e accettato ratificando un trattato costituente.

Secondo la Costituzione francese e la giurisprudenza del Consiglio costituzionale di Francia, i trattati internazionali ratificati dalla Francia fanno parte del nostro ordinamento giuridico e hanno una forza giuridica superiore alla legge.

In questo caso, poiché la Francia ha firmato la Convenzione sui diritti delle persone con disabilità e il suo Protocollo opzionale, si è impegnata, in conformità con la propria legislazione nazionale, a riconoscere "che le persone con disabilità hanno il diritto di godere il migliore stato di salute senza discriminazione sulla base della disabilità" e "prevenire qualsiasi rifiuto discriminatorio di fornire cure mediche o servizi o cibo o liquidi a causa di una disabilità".

Dal momento che i genitori di Vincent Lambert non riuscivano a vedere riconosciuto in Francia il diritto alla vita ed alle cure adeguate del figlio disabile, era legittimo per loro riferire la questione al Comitato per i diritti delle persone con disabilità per garantire il diritto alla vita.

La Francia ha l'obbligo di rispettare la richiesta di questo Comitato di non uccidere Vincent Lambert, perché ha riconosciuto a questo Comitato il potere di prescrivere le "necessarie misure di conservazione per prevenire danni irreparabili alle vittime del presunta violazione".

Inoltre, l'osservanza di queste misure è una condizione per l'efficacia del diritto di petizione individuale a questo organismo.

"Tutti questi anni spesi in battaglie legali: si tratta di accanimento giudiziario, oltre che di accanimento medico!"

Alla base di questo desiderio di proteggere la vita del loro figlio, c'è ovviamente e in primo luogo l'amore dei genitori; ma c'è anche la convinzione di soffrire un'ingiustizia, di lavorare per la protezione dei princìpi e proteggere la vita degli altri che si trovano in situazioni simili a quelle di Vincent Lambert.

È l'ingiustizia e lo scandalo che giustificano moralmente tutti i possibili ricorsi secondo il diritto francese e internazionale.

L'accanimento non è né terapeutico né giudiziario: è - piuttosto - tanatologico

Il testo è la traduzione in italiano dell'originale in lingua francese:

·         "Réponses à 10 affirmations courantes favorables à l’euthanasie de Vincent Lambert", di Christophe Foltzenlogelhier per "European Centre for Law and Justice" (ECLJ).

L'ECLJ è un'organizzazione internazionale non governativa fondata nel 1998 e dedicata alla promozione e alla protezione dei diritti umani in Europa e nel mondo.

L'ECLJ detiene uno status consultivo speciale con le Nazioni Unite/ECOSOC dal 2007.

L'ECLJ agisce in campo giudiziario, legislativo e culturale e difende in particolare il diritto alla libertà religiosa, alla vita e alla dignità delle persone davanti alla Corte europea dei diritti dell'uomo e, attraverso altri meccanismi offerti dalle Nazioni Unite, davanti al Consiglio d'Europa, al Parlamento europeo e all'Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE).

L'ECLJ basa la sua azione sui "valori spirituali e morali che sono patrimonio comune dei popoli europei e la vera fonte della libertà individuale, della libertà politica e dello stato di diritto, principi che sono alla base di ogni democrazia vero" (Preambolo allo Statuto del Consiglio d'Europa).

Aborto ed eutanasia delineano “la società del crimine perfetto”

Creato: 08 Settembre 2016

Hits: 670

Fabrice HadjadjFabrice Hadjadj osserva che dove l’omicidio è legale si pongono le basi per il delitto perfetto

di Emiliano Fumaneri

Nel 1926 il grande pensatore spa gnolo José Ortega y Gasset scrisse una serie di folgoranti meditazioni - sui «castillos», cioè sui castelli. Nella civiltà dei castelli Ortega vedeva infatti il segno del coraggio personale, dello slancio vitale, dell’impegno generoso. L’attenzione di Ortega era stata attirata dalla forza interiore che aveva ispirato gli uomini che la costruirono. Cosa li muoveva? Ortega non faticò a capirlo: a muovere quegli uomini era stato il loro animo barbarico: uno spirito guerriero, quella disposizione d’animo che spinge a correre il rischio insito in ogni impresa. Il guerriero sa bene che l’azione comporta dei rischi, ma questa consapevolezza non è per lui motivo sufficiente da giustificare il disimpegno. Nello spirito guerriero l’impulso dell’azione prevale sul timore del pericolo. Correre dei rischi non è un buon motivo per non mettersi in gioco, diremmo oggi.
Ciò spiega perché quegli uomini costruirono i castelli: il castello è un’abitazione fortificata, pensata per una vita quotidiana dove il rischio della lotta è costantemente presente. Senza lo spirito guerriero non avremmo avuto la cavalleria medievale. È nel mondo barbarico che si manifestano le sue tracce embrionali. La società germanica è una comunità di guerrieri impernata sul valore militare, che venera il cavallo (insostituibile compagno di battaglia) e le armi (che talora hanno un’origine mitica e un nome sacro sul quale si pronuncia un giuramento). Sotto molti aspetti l’esaltazione germanica delle virtù guerriere preannuncia i codici cavallereschi della società feudale. Non si esagera dicendo che il cavaliere è il guerriero teutonico cristianizzato. C’è però uno spirito che si contrappone direttamente allo spirito guerriero: è lo spirito industriale, con la sua etica delle cose, con la sua insistenza sul calcolo, sulla prudenza. Qui a decidere, per contro, è la considerazione del pericolo: la coscienza del rischio porta a considerare la vita come una perpetua cautela. Lo spirito industriale è quello di un amministratore fin troppo oculato, quasi manicale nella sua preoccupazione di conservare l’esistente. In definitiva, osserva Ortega, i due spiriti nascono da sensazioni vitali opposte. Nello spirito guerriero pulsa un sentimento di fiducia in se stessi e nel mondo circostante. Il guerriero è un uomo che ha grande fiducia nei propri mezzi, come accade agli spiriti giovanili, pieni di vigore e di energie. Non è strano perciò che il Medio Evo avesse una concezione ottimista dell’universo, nonostante una sciocca storiografia ancora oggi insista nel dipingerlo come un tempo tenebroso e angosciato. La realtà, afferma Ortega y Gasset, è che il Medio Evo è stato il tempo delle filosofie ottimiste, aperte alla vita, mentre nella nostra Età Moderna è tutto un brulicare di pessimismi cosmici. Perché è appunto nello spirito industriale che, viceversa, opera una profonda sfiducia di sé. È un sentimento tipico della vecchiaia, quando le forze vengono a mancare e subentrano paure, fragilità, sospetti. La sfiducia è segno di decadenza vitale. È il sentimento che caratterizza la nostra cultura, dandole quel tono depresso, ripiegato su se stessa, quel clima pieno di dubbi, vacillante, così saturo di cautele e precauzioni. È bene dire che nessuno più dello spirito guerriero è alieno a angelismi disincarnati. Confida in sé, certo, ma non al punto di ignorare il male del mondo. Conosce benissimo l’angoscia del vivere, la sofferenza lo circonda da tutte le parti. La differenza sta nell’atteggiamento spontaneo che assume davanti alla realtà del dolore e del pericolo: l’accettazione del pericolo nello spirito guerriero porta a correre il rischio, non a evitarlo. Fa sua la morale della «vita alta»: la vita, nell’ottica del guerriero, va spesa al servizio di ideali più grandi della vita stessa. L’esistenza ha significato soltanto se è messa al servizio di qualcosa di più alto. Val meglio una vita intensa e breve che un’esistenza estesa a scapito della sua intensità. L’esatto opposto di chi organizza le cose della Città con la quasi esclusiva mira di evitare ogni pericolo. E questa, nota Ortega, è la maniera più propria dello spirito industriale – che è quanto dire dell’animo borghese – che subordina tutto allo scopo di non perdere la vita. La morale borghese è una morale della «vita lunga». Ecco perché nella società borghese l’ideale si avvia a essere questo: organizzare il mondo come un gigantesco ospedale e un’immensa clinica. L’uomo borghese, all’opposto, idolatra la propria esistenza. Ne fa un assoluto al punto di voler vivere ad ogni costo, e a questo fine è disposto a estendere la vita riducendola alla sua minima espressione, alla maniera delle specie animali che si immergono nel sonno invernale. È il fenomeno che i biologi chiamano della «vita minima», per cui risulta che «la vita si prolunga nella misura in cui non si usa». La spinta di questa idolatria della vita è stata tanto potente da portare allo sviluppo di tecniche sempre più sofisticate per domare i pericoli della natura: la meccanica, che diminuisce lo sforzo umano; la medicina, che contrasta le malattie; l’economia cooperativa, con le sue casse di risparmio e le società di assicurazioni che garantiscono una copertura materiale alla vita umana. La società borghese finisce così per assomigliare a una gigantesca civiltà della previdenza impegnata ad assicurare all’individuo una vita lunga e confortevole. E difatti è quanto accade in Occidente, dove si vive sempre più a lungo (la longevità è passata dalla media di 30 anni in età preindustriale agli oltre 70 di oggi) ma sono sempre meno coloro che nascono. Ogni nuova nascita, in una prospettiva spietatamente individualista, può rappresentare infatti un pericolo: l’irruzione del nuovo nato sulla scena del mondo rischia seriamente di scompaginare i ritmi abituali della nostra esistenza; avere un figlio oggi è considerato poi un investimento economico-affettivo totalizzante, al punto da rivelarsi un peso insopportabile. Per non parlare dell’eventualità – sempre possibile – del figlio malato, che può costituire perfino un danno risarcibile. La società della previdenza universale si è organizzata anche per questo: per assicurare comfort e vita lunga contro il «pericolo» dei figli. Assolutizzando l’ideale della «vita lunga» ha portato a cancellare la morale della «vita alta». Di conseguenza la società neo-borghese si è organizzata per evitare ogni pericolo, anche contro quello che proviene dai neo-nati, cioè dai nuovi venuti al mondo. E ancora una volta è la tecnica a sopperire: il diritto, con la norma che legalizza l’aborto, e la medicina che ne consente la realizzazione pratica. In più si aggiunge anche la morale neo-borghese, impegnata a convincerci della virtù “altruistiche” dell’aborto legale mettendo in campo un abortismo dal volto umano, rassicurante e conciliante, un abortismo dalla mano tesa (e col forcipe ben impugnato nell’altra). Con l’omicidio legale si realizza il sistema a cui Fabrice Hadjadj ha dato il nome di «società del crimine perfetto».

Chi volesse organizzare il delitto perfetto, ricorda Hadjadj, dovrebbe infatti soddisfare le seguenti condizioni:
a) assassinio di massa;
b) vittime consenzienti;
c) autorità complici del crimine, da loro incoraggiato e promosso;
d) la coscienza anestetizzata dell’assassino, convinto d’aver agito per legittima difesa oppure, meglio ancora, perché ispirato da nobili moventi, da un profondo sentimento di bontà;
e) la presenza di un legame stretto, meglio se di parentela, con la vittima.
Soddisfate queste condizioni e avrete la perfezione del crimine. Il successo è legato a doppio filo all’ordine di grandezza del delitto. Va da sé che più il crimine sarà grave, per quantità e qualità, più sarà difficile cancellarne le tracce.

Di conseguenza la perfezione del crimine si accresce in funzione della gravità del delitto perpetrato e dell’abilità da parte del criminale di confondere gli indizi e cancellare le proprie tracce dal luogo del reato. La vera bravura consiste però non solo e non tanto nel renderle invisibili agli occhi dell’autorità, ma anche a quelli della vittima. Il supremo capolavoro criminale sarebbe di eliminare ogni senso di colpa dalla coscienza dell’assassino, il quale avrà pure necessità – e perché non addirittura il diritto? – di andare a dormire con animo tranquillo e sereno… L’ultima condizione (legame stretto tra vittima e carnefice), che può suonare strana, è invece quella essenziale giacché è necessaria tanto la presenza di una vittima disponibile ad acconsentire, in tutta fiducia, alla propria dipartita quanto un’autorità disposta a concedere il placet affinché la faccenda si svolga nell’asettico contesto dell’assistenza pubblica. L’assassinio “compassionevole” esige, per essere perpetrato con la massima efficienza e in tutta sicurezza, un clima di intima familiarità. Successivamente occorre passare alla fase operativa, la quale richiede innanzitutto un’ampia “divisione del lavoro” onde coinvolgere nell’omicidio il più ampio numero di soggetti, avendo cura d’assegnar loro mansioni così burocratiche da riuscire a fomentare un clima di generale irresponsabilità. È facile capire la ragione di questa estensione all’universo mondo dell’etica di Pilato. Si tratta di un’opera di anestetizzazione morale collettiva, di modo che nessuno dei soggetti coinvolti possa ad alcun titolo essere ritenuto colpevole. Così tutti, dai vertici dello Stato all’ultimo dei contribuenti, parteciperebbero al delitto di massa ma nessuno sentirebbe il peso della responsabilità. La società diventa così una macchina per lavare le coscienze, scusandole da ogni crimine. Qual è il meccanismo interiore che trasforma le società umane in micidiali dispositivi di autoassoluzione? È il potere della razionalizzazione: è possibile tollerare il male che diventa abitudine, vizio, solo nella misura in cui creiamo una razionalizzazione per giustificarlo, di modo che il male ai nostri occhi si presenta come il bene. Il prezzo da pagare al lavacro della coscienza è l’inversione della realtà. Un esempio di razionalizzazione ce lo fornisce Karl Brandt, il medico personale di Hitler e responsabile del Programma T4, il programma di eutanasia per l’eliminazione delle vite “indegne di essere vissute” dei disabili. Davanti al tribunale di Norimberga, Brandt si difese con queste parole: «Quando dissi di “sì” all’eutanasia lo feci nella più profonda convinzione, proprio come ne sono convinto oggi, che fosse giusta. La morte può significare una liberazione. La morte è vita». È lo stesso meccanismo che consente di dire che l’aborto, cioè l’uccisione della vita più inerme, è una forma di compassione e di amore. Come fa l’analista junghiana Ginette Paris, che arriva a definire l’aborto un «sacramento» e invoca nuovi riti e nuove norme capaci di restituire all’aborto la sua «dimensione sacra». E che dire di quella senatrice americana che in un dibattito al Senato si è premurata di assicurare ai suoi colleghi che abortire i bambini equivale a seppellirli con amore? Se la morte è vita, come diceva il dottor Brandt, l’aborto può pure essere amore. Potremmo proseguire con gli slogan del Socing orwelliano: la guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza. È la conferma che l’individualismo, incapace di dare delle ragioni per cui vivere e morire, presto o tardi arriva ad instaurare l’inferno in terra.

© http://www.lacrocequotidiano.it/ - 8 settembre 2016

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Rassegna stampa etica

#Lambert. Come uccidere un uomo disabile, tetraplegico, che non parla, per scelta di stato

Creato: 02 Luglio 2019

Hits: 57

vincent lambertDavide Vairani: "A tutti i vigliacchi e menzogneri, ditelo e se necessario gridateglielo in faccia che a Vincent #Lambert non stanno staccando la spina, perchè la spina non c'è: Vincent non è attaccato ad alcun macchinario che lo tenga in vita, Vincent respira da solo, deglutisce, si addormenta e si sveglia da solo!

Abbiate almeno un briciolo di umana pietà, se qualcosa che sappia di umano ancora l'avete: stanno ammazzando un uomo gravemente disabile, tetraplegico, che non parla, steso su un letto, ma vivo!" Qui l'iniziativa orante proposta da communitylacroce.it


Dalla pagina
facebook originale un update importante sullo Stop del
Comitato per i Diritti delle Persone con Disabilità delle Nazioni Unite per il mantenimento del sostegno vitale:

ALERTE - L’ONU réagit à la nouvelle annonce d’arrêt de l’alimentation et de l’hydratation de Vincent Lambert !
Le Comité des droits des personnes handicapées de l'ONU vient de réitérer en urgence auprès de l’Etat Français sa demande de maintien de l’alimentation et de l’hydratation de Vincent LAMBERT à titre conservatoire. Il est rappelé le caractère OBLIGATOIRE des mesures conservatoires.

Communiqué de Jérôme TRIOMPHE et Jean PAILLOT, avocats des parents, frère et sœur de Vincent Lambert :

L’ONU réagit ce 2 juillet 2019 à la nouvelle annonce d’arrêt de l’alimentation et de l’hydratation de Vincent Lambert.

Nous avons informé ce 2 juillet le CDPH de la nouvelle annonce du docteur Sanchez d’arrêter ce jour l’alimentation et l’hydratation de VIncent LAMBERT.

Le service des requêtes et des enquêtes du CDPH vient de réitérer en urgence auprès de l’Etat Français sa demande de maintien de l’alimentation et de l’hydratation de M. Vincent LAMBERT à titre conservatoire.

Il est rappelé le caractère obligatoire des mesures conservatoires afin de garantir l’effectivité du recours auprès du CDPH qui impose qu’il ne soit pas porté atteinte à la vie de Vincent Lambert.

Ce caractère obligatoire des mesures conservatoires du CDPH a été rappelé par le Défenseur des droits lui-même le 17 mai 2019.

Nous venons d’en informer le docteur SANCHEZ.

Nous continuons à agir par toutes voies de droit pour faire respecter ces mesures provisoires.

Il n’y aura pas d’autre commentaire en l’état.

Comunicato di Mario Adinolfi:
"Lo schifo più tremendo della vicenda Vincent Lambert è che lo abbiano salvato a pochi giorni dalle elezioni e lo stiano per uccidere adesso. Ormai è tutto politica e la tragedia è l’assenza dei cristiani dalla politica, sostituiti soprattutto in Francia da una presenza massiccia della massoneria. L’atteggiamento della moglie di Vincent che segue le mode del tempo (“finalmente smetterà di soffrire, la mamma che lo vuole tenere in vita per forza è un’egoista”) diventerà l’atteggiamento prevalente nella società e chi si opporrà sarà messo all’indice come si fa con l’omofobia. Poi, sarà mattanza."

Qui l'intervento di Giovanni Marcotullio su Aleteia:

È stato riavviato poche ore fa il processo eutanasico ai danni del quarantatreenne tetraplegico francese: la Cassazione aveva dato via libera pochi giorni fa alla nuova (e definitiva, salvo miracoli) sospensione di alimentazione e idratazione. Il momento è drammatico, ma pur nel dolore di un pezzo di cultura che si rompe non si deve indulgere a isterismi di sorta. Capire le cose, in profondità e complessità: questo occorre provare a fare. Continua su Aleteia

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L’eutanasia banalizzata

Creato: 06 Dicembre 2017

Hits: 530

bimbo 3di FERDINANDO CANCELLI

Le persone affette da una malattia psichiatrica rappresentano ormai il 19 per cento dei pazienti che sono deceduti per eutanasia in Belgio. Questo non è però l’unico dato allarmante per lo stesso paese: dal 2014 è possibile far morire per eutanasia i minori anche se non sono in grado di fornire il loro consenso, sempre più malati depressi chiedono di essere aiutati a morire e da diverse settimane si discute di una nuova evoluzione della legge in vigore per permettere «alle persone anziane che sentono di aver compiuto la loro vita» e sono «stanche di vivere» di chiedere l’eutanasia anche in assenza di malattia.
«La Croix» del 5 dicembre in un articolo dal titolo In quindici anni l’eutanasia in Belgio si è banalizzata evidenzia come una legge concepita nel 2002 per offrire una «possibilità» alle «persone sofferenti in modo insopportabile e costante per una malattia grave e inguaribile» si sia trasformata inesorabilmente in qualcosa di ancora più audace e moralmente inaccettabile. Lo afferma padre Marc Desmet, un gesuita che dirige ad Hasselt il servizio di cure palliative di uno dei più grandi ospedali del paese: sono ormai 15.000 le persone eutanasizzate dal 2003 a oggi e, anno dopo anno, il numero è in costante aumento. Un «piano inclinato», una «plasticità» legislativa inattesa che vede da un lato l’opinione pubblica per la maggior parte favorevole e dall’altro un numero crescente di medici scettici. Questi ultimi, si legge, si sono riuniti circa un mese fa ad Anversa per fare il punto sulla situazione e per riflettere alla ricerca di soluzioni concrete. Il dato più interessante emerso è sintetizzato nella fotografia che accompagna l’articolo: davanti a una folla di operatori sanitari che sfilano in corteo campeggia uno striscione sul quale si legge Euthanasia: we want a real debate . Carine Brochier, direttrice dell’Istituto europeo di bioetica, lo dice chiaramente: «La pressione sociale è enorme» e «non c’è dibattito nella società belga». Due affermazioni che fanno riflettere, soprattutto di fronte alle derive di una legge «concepita come un’eccezione» e scivolata nella banalizzazione della morte procurata. In primo luogo la pressione sociale non è sinonimo di dibattito, di confronto aperto e onesto. La spinta che porta in Belgio gli anziani a farsi da parte suggerendo loro che una vita compiuta è ormai inutile si giova della paura figlia del silenzio e della disinformazione, di quell’oscurantismo tante volte paventato dai paladini della “buona morte” e che finisce invece di essere, nei fatti, il loro miglior alleato. Argomenti come l’eutanasia e il suicidio assistito, nel pensiero di pochi alla guida di molti, dovrebbero diventare blindati, indiscutibili, acquisiti in via definitiva esattamente come il diritto all’ab orto. E il rischio è che anche gli altri finiscano di pensare che così deve essere. Però le cose non stanno così. Al termine di alcune lezioni di bioetica durante le quali di questi argomenti abbiamo realmente e onestamente discusso ho visto tanti giovani venire a dirmi che non avevano mai pensato di poter vedere le cose da un’altra angolazione: il dare la morte non fa parte degli obiettivi di cura, il darsi la morte non è un estremo atto di libertà, la persona è tale dal concepimento alla morte naturale. «Molti — scriveva Platone nell’ Apologia di Socrate — saranno a domandarvi conto della vostra vita: tutti quelli che io finora trattenevo, e voi non ve ne accorgevate: e saranno tanto più molesti quanto più sono giovani».

© Osservatore Romano - 7 dicembre 2017

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Rassegna stampa etica

Noa Pothoven, Mario Adinolfi, chiarezza sulla situazione #eutanasia e #suicidioassistito

Creato: 05 Giugno 2019

Hits: 256

Video di Mario Adinolfi, Presidente del Popolo della Famiglia, sulla vicenda Noa e sui fondamentali dell'umano. Ne consigliamo vivamente la visione per un'adeguata coscienza al problema. Specialmente agli amici cattolici e di buona volontà che hanno votato i vari schieramenti politici.
Si faccia fronte comune, anche al proprio posto, per una questione che ha la massima urgenza in questi e nei prossimi mesi.


papa Francesco: «Non abbandonare mai chi soffre» - tweet di oggi del Santo Padre
tweet papa eutanasia suicidio



Segue editoriale di Mario Adinolfi

QUAL E' LA REALE POSTA IN GIOCO
di Mario Adinolfi

Fatevi una domanda. Anzi fatevene tre. Perché il solitamente flemmatico Marco Cappato improvvisamente sbrocca via twitter? Perché tutto il mondo mediatico mainstream, senza eccezioni favorevole all'eutanasia, improvvisamente si mette a fare a gara a chi si autosmentisce di più? Perché testate internazionali di primissimo livello cancellano addirittura notizie verificate che pure avevano dato (cancellano, non smentiscono, non rettificano)?

Attorno alla morte della povera 17enne olandese Noa Pothoven il mondo dei cultori della "autodeterminazione" si è accartocciato in un ridicolo bailamme che sarebbe comico se non fosse legato ad un evento così tragico. Appena ho saputo del decesso di Noa avvenuto domenica 2 giugno, appena ho letto il post in cui la ragazza annunciava il suicidio con tanto di determinazione temporale ("entro i prossimi dieci giorni"), appena compulsate le come sempre emotive e tutte uguali sintesi dei giornali italiani (traduzioni raffazzonate di quelli esteri) con titolazioni che indistintamente citavano la parola "eutanasia", ho scritto sul mio profilo Facebook un post intitolato "Il Bivio" in cui non a caso non ho mai usato la parola eutanasia. Era evidente che non si trattava di un caso eutanasico, ma di aiuto al suicidio. L'aiuto al suicidio, aprite subito una finestra di attenzione particolare su questo punto, è esattamente la fattispecie per cui Marco Csppato è in questo momento sotto processo in Italia per il caso Dj Fabo da lui aiutato a suicidarsi in Svizzera nel 2017.

In una diretta facebook ho spiegato la differenza giuridica e pratica tra eutanasia attiva, eutanasia passiva, eutanasia omissiva, suicidio assistito, aiuto al suicidio, istigazione al suicidio. Non sto qui a ripetere tali differenze per non deviare l'attenzione del lettore dal cuore del discorso che questo articolo vuole provare a trasmettere, in un contesto in cui stanno cercando di trasmettervi tutt'altro. Si sappia solo e con chiarezza che nessuna di quelle fattispecie è giuridicamente priva di sanzioni in Italia, perché il nostro ordinamento ha come concetto cardine l'indisponibilità della vita umana, principio solo lievemente scalfito dalla normativa del 2017 sul biotestamento, di fatto e grazie a Dio inapplicata. In Italia chi aiuta a sopprimere una vita umana con ognuno di quei mezzi è passibile di pesanti pene carcerarie.

In Olanda no. In Olanda (e in Belgio, in Lussemburgo, nei paesi scandinavi in diverse forme, in Svizzera, ma anche per sentenza in Francia e in Gran Bretagna come insegnano i recentissimi casi Vincent Lambert e Alfie Evans) si può sopprimere un essere umano, collaborando al suo suicidio o direttamente somministrandogli sostanze letali, senza essere passibili di alcuna pena. Come ho documentato analiticamente da anni nei miei libri, l'introduzione di queste norme ormai quasi un ventennio fa proprio in Olanda ha fatto scuola in mezza Europa e nel 2018 decine di migliaia di morti sono stati causati nel nostro continente dalla soppressione attuata per via eutanasica o agevolando il suicidio. Nella sola Olanda lo scorso anni il 5.8% dei decessi non è stato dovuto a cause naturali, più di uno su venti.

Il nostro ordinamento giuridico vieta questa mattanza. Alcuni, Marco Cappato più di tutti, si battono per "l'eutanasia legale" che comprende in realtà un modello di deregulation svizzera che viene indicata come modello, tanto che il povero Dj Fabo diventa simbolo di questa battaglia e aiutato a suicidarsi proprio in terra elvetica. Al suo rientro in patria Cappato va ad autodenunciarsi ben sapendo che l'articolo 580 del codice penale italiano vieta il suo comportamento e lo sanzione pesantemente: l'aiuto al suicidio è infatti punito con il carcere fino a dodici anni. I media però, stanti le condizioni difficili della vita da disabile di Fabiano, costruiscono una narrazione che fa di Cappato un eroe popolare. Non c'è un solo giornale che non ne esalti le gesta, neanche un dubbio in nessuna trasmissione televisiva, chi dice che "Hitler almeno i disabili li eliminava gratis" (a Fabiano invece i pietosi svizzeri hanno scucito quindicimila euro, come a ogni aspirante suicida, perché quello è puro business ed è il più vergognoso dei business, fatto sulla pelle dei disperati) viene additato al pubblico ludibrio, invece di comprendere il richiamo di fondo: queste pratiche sono proprie dei regimi totalitari. Ma non c'è niente da fare, il coro unanime non si spezza e Cappato riesce ad ottenere dalla pm che dovrebbe farlo condannare una requisitoria che è una dichiarazione d'amore, dal tribunale che dovrebbe semplicemente applicare il chiarissimo dispositivo di legge e mandarlo in galera, un rinvio alla Corte Costituzionale. E la Corte Costituzionale che dovrebbe semplicemente accertare che l'articolo 580 ieri come oggi non confligge in alcun modo con la Carta, anzi ne rispetta lo spirito più profondo di sostegno ai deboli, raccomandando dunque al tribunale di Milano la condanna di Cappato, rinvia a sua volta la palla al Parlamento. Che ora entro il 24 settembre deve dire una parola sulla materia, altrimenti la Corte Costituzionale, si è già capito, depenalizzerà l'aiuto al suicidio.

Questa è la vera posta in gioco. E qui si inserisce la tragedia di Noa. Che non è Fabo, scelto con cinismo da Cappato per il suo sacrificio umano con strumentalizzazione politica immediatamente conseguente perché chiaramente capace di determinare in ciascuno di noi, anche il più freddo e razionale, una emotiva dimensione empatica di comprensione del gesto, per via della difficoltà con cui viveva la sua condizione di disabile grave. Noa no. Noa segnala il punto di arrivo a cui una normativa che legittimi l'aiuto al suicidio inevitabilmente porta. Perché se diventa privo di conseguenze penali aiutare una persona ad ammazzarsi, allora le ragioni per cui uno lo farà attengono solo alla nuova idolatria, quella per "l'autodeterminazione" dell'individuo. Noa fotografa perfettamente l'inferno a cui siamo destinati, con il suoi post con cuoricini e faccine, pieno di migliaia di like, ma senza neanche un abbraccio vero che valesse la pena d'esser vissuto. La chioma bionda, la giovane età di Noa hanno scosso immediatamente pure i benpensanti. Massimo Gramellini, il principe di costoro, quello che sul Corriere della Sera plaudiva a Cappato che aiutava Fabo a suicidarsi, si trovava costretto a scrivere: "Ammetto che, se Noa Pothoven fosse stata inchiodata in quel letto da una malattia terminale o degenerativa, il suo gesto mi sarebbe sembrato più comprensibile. Noa aveva più vita davanti che dietro. Esisteva ancora per lei la possibilità di una rimonta, di una luce improvvisa che venisse a scandagliare tutto quel buio dandogli un senso, o almeno una direzione". Eccoci qua, dritti al punto. Per ragioni a me sinceramente incomprensibili, l'uccisione del disabile Fabo ma anche dei bimbi Charlie o Alfie, questi "editorialisti" la considerano liberatoria. Serviva una chioma bionda di una bella ragazza olandese giovanissima per far loro capire dove si va a finire se si fa rotolare la pallina sul piano inclinato: dritti all'inferno, noi lo gridiamo da un po'.

E allora si capisce adesso l'incredibilmente cinico comunicato stampa di Marco Cappato. Titolo, davvero da sciacallo: "Il lasciarsi morire di fame e sete è legale anche in Italia". Noa si è ammazzata di sete, ipotesi che nessun medico avallerebbe mai. Noa è stata aiutata a suicidarsi, come ha scritto con chiarezza il Times ("legally helped") e Euronews indicava anche la clinica che si era detta disponibile a sostenere gli ultimi passi di Noa verso la morte. Con un atto senza precedenti, Euronews ha cancellato nelle successive versioni dell'articolo tutti i riferimenti alla clinica e alle modalità con cui Noa sarebbe morta, specificando di aver rimosso tali riferimenti in calce al pezzo e senza fornire motivazioni. Contatatta tale clinica non ha in alcun modo smentito di aver aiutato Noa a suicidarsi, ha però specificato di non poter dare informazioni a riguardo e di non poter confermare se Noa era paziente della clinica "per ragioni di privacy". Appare del tutto evidente che se tale clinica non avesse nulla a che fare con la morte di Noa, una bella smentita di una riga avrebbe chiuso una questione che porterà anche delle noie legali nella pur "liberale" Olanda. Ma Noa sapeva benissimo che sarebbe morta e quando sarebbe morta, perché tutto era stato stabilito con nordica precisione. Bobby Sands che si lasciò morire per inedia ci mise 59 giorni e nessuno avrebbe potuto prevedere la data del decesso e neanche l'orizzonte temporale in cui sarebbe avvenuto. I molti che ne seguirono l'esempio nelle carceri britanniche ai tempi della contrapposizione tra l'Ira e la Thatcher morirono con capacità di resistenza tutte diverse. Noa sapeva perfettamente tutto, sapeva prima. Il cinismo del comunicato di Cappato è davvero insopportabile.

Papa Francesco non a caso nel messaggio dedicato alla vicenda non è stato generico: "L’eutanasia e il suicidio assistito sono una sconfitta per tutti. La risposta a cui siamo chiamati è non abbandonare mai chi soffre, non arrendersi, ma prendersi cura e amare per ridare la speranza". La posta in gioco è questa qua. Vi vogliono distogliere ora facendovi discutere di come è morta davvero Noa, se è stata eutanasia o meno. Dobbiamo discutere invece di tutt'altro, grazie a Noa: se vogliamo o no che nell'ordinamento giuridico italiano il cinismo dei Cappato e il pietismo selettivo (il disabile muoia, la giovane bionda no) dei Gramellini prevalgano. Il tema duro, faticosissimo, inevitabilmente violento è questo qua.

Cosa possiamo fare? Pregare, certo. Ma quando i nazifascisti rastrellavano ebrei per mandarli a Auschwitz i bravi cattolici pregavano, quelli più bravi a partire dal Papa nascondevano gli ebrei nelle loro case, nei conventi, nelle Chiese. Ora et labora. Ho trascorso i mesi scorsi chiedendo un sostegno che non si è materializzato alla mobilitazione del Popolo della Famiglia. Siamo lontani da appuntamenti elettorali, quindi oggi non ha neanche senso reiterare la richiesta. Ma la questione resta politica. Visto che il partito infinitamente più forte ha un leader che bacia il rosario, che evoca il Cuore Immacolato di Maria, che si proclama profondamente cristiano, ecco, questo leader faccia un atto profondamente cristiano: presenti in Parlamento una mozione che confermi la validità dell'articolo 580 del codice penale che vieta l'aiuto al suicidio, vincoli al voto di questa mozione il futuro della maggioranza di governo, diffidi di conseguenza attraverso questo voto dei rappresentanti del popolo sovrano la Corte Costituzionale ad operare un colpo di mano depenalizzando la fattispecie per salvare Cappato. Poiché non siamo manettari, Cappato sia condannato e poi eventualmente se lo ritengono finanche graziato. Firmerò io stesso la richiesta di grazia. Ma deve assolutamente essere condannato a una pena detentiva tra i cinque e i dodici anni di carcere, pena che dunque per entità non può essere sospesa, per aver aiutato un disabile a suicidarsi. La posta in gioco è il principio giuridico che la vita umana non è un bene disponibile, chi contribuisce alla vittoria della morte sulla vita lede un diritto fondamentale della persona, il primo dei diritti.

Avendo chiara la battaglia in corso e la posta in gioco, così come i trucchi degli avversari che vogliono distrarci, ora adoperiamoci affinché la nuova consapevolezza che ci ha regalato anche Noa arrivi a più persone possibile. Questo è il primo compito a cui io personalmente e spero anche tante persone che reputo amiche vorranno votarsi nell'immediato futuro. Perché siamo al bivio tra civiltà e inferno.



Segue breve pensiero sul tema del segretario coordinatore

Dietro l'Eutanasia o l'Aiuto al Suicidio, come in questo caso, fatto in una maniera a cavallo tra aiuto al suicidio ed eutanasia si evincono diversi aspetti. Oltre quelli immediati e politici. E cioè che il "demone della tristezza", il buco nero del cuore auto-centrato malato dell'uomo (ne ho parlato anche su La Croce) trova un forte assist nel soggettivismo personale e nel soggettivismo collettivo (basti vedere i "mi piace"social sulla scelta di questa povera figliola); mischiandosi facilmente a buonismo ed integrazione patinata. So che cosa dico, perché questo accade quotidianamente nei confronti dei minori e non minori con disabilità. Non si aspetta altro dalla rete al ribasso tra le istituzioni. Certo, per ora in Italia, ci sono ancora eccezioni ed humus lodevoli. Ma è questione di tempo, perché l'umanità ama anche l'ubriacatura del demone della tristezza. Questo rivela tre cose a mio avviso.
Battaglia coesa ed immediata sul confermare quanto in Italia sia l'eutanasia che il suicidio assistito sono reato, nonostante chi ora ci governa sia pendente favorevolmente in maniera liberalistica. E pertanto per mero calcolo non si pronuncia con efficacia per porre un argine alla possibile deriva.
E, ed è questo il secondo punto, sono reato per dei fondamentali che l'ordinamento giuridico ha ricevuto e che vanno maieuticamente riportati. Quindi formazione operativa di illuminazione politica ed illuminazione sui fondamentali metafisici che, tra l'altro, l'uomo ha già acquisito nella coscienza collettiva e giuridica ma che, per una parabola vergognosa e manipolatoria, continuano ad essere pilotati sul soggettivismo personale e pubblico, sfaldando il Bene Comune. E l'interesse sottostante di questo degrado etico è il mercato.
Ed infine ricordare, proprio nella proposta maieutica che salvare una vita non è solo un dovere morale che nasce da principi metafisici ma è il vero smantellatore del boomerang della tristezza e il rinsaldamento sano dell'io che entra in una dimensione di gioia e di donazione. Proprio perché il Signore ama chi dona con gioia (2Cor. 9,7), come è noto, nel linguaggio biblico, ciò significa, che Dio comunica la sua gioia a chi entra nella logica della vita e del dono; nella vicinanza, nella cura, nella Speranza.
E qui si salda il Bene Comune, perché è bello farlo ed è bello viverlo. Dona gioia.      
Paul Freeman

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Eutanasia del logos

 

Creato: 15 Dicembre 2017

Hits: 1409

battaglia baratroCon questa legge disumana, delirante ed infame a fine legislatura di questo governo fatto da persone che non hanno a cuore realmente il bene comune ed il bene del singolo cittadino si evidenziano ancor più chiaramente alcuni aspetti, che di seguito vorremo brevemente elencare:

1 – Con dichiarazioni di legge di questo tipo Art. 1 comma 5: "Ai fini della presente legge, sono considerati trattamenti sanitari la nutrizione artificiale e l’idratazione artificiale, in quanto somministrazione, su prescrizione medica, di nutrienti mediante dispositivi medici." Si evidenzia come in ambito cattolico sia stata fatta una pessima informazione e formazione inerente la questione dell’accanimento terapeutico, paventando paure esagerate con accenti indebiti. Tatticamente e sostanzialmente. Anzitutto non si sono evidenziati i problemi metafisici legati alla fragilità originale che giudica sia l’eutanasia che l’accanimento terapeutico. Aggiungendo confusione su confusione. Pessima pastorale, dunque, e scarica di ogni mordente sereno ma fermo sui principi. Troppo dialoghismo senza tenere conto che il contesto è cambiato e non siamo più nel salotto che ha un humus cristiano ma un humus fortemente tecnocratico ed economicista. Tutto viene monetizzato. E questo da almeno due decenni, mica da ieri. Questo ad-intra. Altro che sentinelle.
La prima eutanasia del logos e della ragione è avvenuta dentro il mondo cattolico con il sonno dei pastori e delle fonti di informazione cattolica che non hanno maturato la consapevolezza che non sempre l’apologetica è scontro, ma anzitutto opera di Misericordia.

2 – Troppe collusioni dialoganti con personaggi di area radicale, liberale e “democratica”. Si può mantenere il dialogo, e la tensione “al creare ponti” pur essendo fermi sulle posizioni che abbiamo ricevuto senza fare i piacioni. La piacioneria è stata ed è una mancanza di servizio e di senso di Bene Comune. Ad-intra e ad-extra. Anche qui si è preparata l’eutanasia del logos con questo sottile e diffuso narcisismo carico di vanagloria.

3 – Proprio l’esasperazione secolarizzata della parola “libertà”, tutt’altro che “libera e liberante”, doveva essere il contesto per uno svegliarino. Che è mancato. Il terreno del soggetto, esasperato dal soggettivismo, ben si asserva a mentalità economicista e deliri eugenetici ed eutanasici. La Speranza, invece, proposta con correttezza metafisica, apre a spostare l’asse dal soggetto ai principi ed ai valori che giudicano sia il soggetto che lo Stato; come ogni diritto positivo ha da sempre riconosciuto nella sua sana autocoscienza.
Mentre invece lo Stato etico ora si è raffinato e spinge a valorizzare il “soggettivismo” del soggetto per poterlo manovrare con le pulsioni basse, obnubilanti e nichiliste che ha ogni individuo. Anche qui la pastorale ecclesiale è stata debole, monca, scarica di Verità e, dunque anche sgonfia di Carità e Misericordia autentica. Anche qui aprendo all’eutanasia del logos.
Facilitando, tra l'altro, lo smantellamento e la compromissione dell'alleanza paziente-medico alla luce dei valori indisponibili e di un autentico Bene. Il Giuramento di Ippocrate è stato, di fatto, vanificato, in nome del disordine valoriale applicato al termine "libertà".

Ognuno si faccia l’esame di coscienza e ci si attivi sin da subito con scelte microscopiche e macroscopiche adeguate sia a livello pastorale che, successivamente, a livello civico e sociale.

Siamo nel mondo e non del mondo, è vero, ma da come ameremo il nostro “stare nel mondo” si vedrà quanto siamo meritevoli della vita vera. Lo stare nel mondo non è anestesia ma ferita aperta e sangue effuso perché la donazione sia completa, testimoniale, da autentici gioiosi martiri.

Comunicato Ufficiale dell'Associazione Culturale Cattolica Zammeru Maskil
www.ilcattolico.it

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