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zeffirelliInteressanti tre biografie (con alcune immagini) 
di Franco Zeffirelli - regista, sceneggiatore, politico  (da Wikipedia)

alla fine degli articoli due diverse belle edizioni
dell'opera  LA TRAVIATA
 
1)  da Tracce - Litterae Communionis del 1977

2)  dal Corriere della Sera:

(a mio modesto parere il titolo del Corrierone è da correggere,
  ma quale ossessione?  Ossessione "de che?" ,
  "e nun ce vonno stà"  si motteggia a Roma...)


Zeffirelli, il genio abitato da un’ossessione:
«Io incompreso perché non ho omaggiato il comunismo»

Il cognome inventato dalla madre, l’amore per Luchino Visconti, le tensioni con la sua città, l’amicizia con Berlusconi. Il passato da partigiano liberale: «Ai comunisti vidi fare cose orribili: mi volevano ammazzare. Non sono cambiati». E i giudizi sui colleghi, da Benigni a Moretti

https://images2.corriereobjects.it/includes2013/images/firme/schede/aldo-cazzullo.gifdi Aldo Cazzullo

Zeffirelli, il genio abitato da un'ossessione: «Io incompreso perché non ho omaggiato il comunismo»

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Franco Zeffirelli era un uomo bello, meritatamente ricco, di successo internazionale, ma abitato da un’ossessione: non si sentiva amato ed elogiato dalla critica come era convinto di meritare.

La sua colpa, diceva, era aver rifiutato di spargere il sale davanti alla statua dell’imperatore. «Sa come facevano i primi cristiani, per sfuggire alle persecuzioni? Rendevano omaggio formale al dio in terra; che nella nostra epoca è il comunismo, la sinistra. Prenda Luchino Visconti. Comunista lui? Io l’ho visto licenziare in tronco un cameriere e una cameriera che avevano dimenticato di pettinare i suoi gatti persiani. Intendiamoci: fece benissimo» e qui gli uomini di casa Zeffirelli acceleravano il ritmo di pulitura dei suoi sette cani, «però, insomma, proprio comunista no. Ricordo quando giravamo “La terra trema”. Vivevamo tra gente poverissima, la Sicilia del 1947 era di una povertà medievale. Visconti prendeva il bagno caldo due volte al giorno, la mattina e la sera, nell’acqua profumata con essenza di Penhaligon, il profumo che avrei poi usato per tutta la vita, Hammam bouquet. Francesco Rosi e io, suoi assistenti, restavamo in piedi accanto alla tinozza, a dare il resoconto della giornata e prendere ordini per il giorno dopo. Poi il “comunista” Visconti ci congedava e cenava a letto, servito dal maggiordomo».

 

Franco Zeffirelli, cinque film imperdibili

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La bisbetica domata (1967)

Franco Zeffirelli amava ricevere nell’archivio della sua villa sull’Appia. Marmi, mosaici, colonne facevano pensare alla villa di Capri dove Axel Munthe visse i suoi amori davanti al panorama caro a Tiberio, però Zeffirelli si schermiva: «Macché. Lei dovrebbe vedere piuttosto la mia casa di Positano», già appartenuta a Nureiev e poi venduta a Berlusconi. Negli scatoloni custodiva i segni di una vita senza confronti per varietà di orizzonti artistici e mondiali. Le locandine con le attrici americane e francesi che aveva diretto, da Brooke Shields a Fanny Ardant. Le casse con la scritta: Gesù, Hamlet, Stuarda, Capinera, Callas forever, e anche Inferno («volevo girare la Divina Commedia nelle grotte del Timavo») e Progetto Gerusalemme («l’idea era ricostruire il primo tempio, gli israeliani erano entusiasti, sarebbe stata una grande attrattiva turistica. Poi è scoppiata la guerra»). Altro progetto, San Francesco alle Crociate, a mettere pace tra la cristianità e l’Islam. Da Visconti, però, si doveva partire. Era stato il suo maestro, e il suo amore.

«Non dico abbia sparso il sale per convenienza – diceva Zeffirelli -. Luchino era una sorta di Filippo Egalité, sensibile alle vibrazioni del tempo. Sparse il sale per farsi perdonare di essere nato in una delle famiglie più aristocratiche e più autocratiche, i signori di Milano, imparentati con una delle famiglie più ricche, gli Erba. La responsabilità è pure di Coco Chanel. Visconti era partito per Parigi con i suoi cavalli. Il campione non conquistò Longchamps, ma il padrone, bellissimo, affascinante, conquistò Parigi. Coco Chanel se ne invaghì, visse con lui una storia molto accesa, e gli parlava di continuo di Léon Blum e del Front Populaire. Importante fu anche l’influenza di Jean Renoir, comunistissimo, che volle Visconti come assistente e lo introdusse al cinema, lui che era cresciuto nel palazzo di famiglia con teatro di corte. Altri invece hanno obbedito al Minculpop comunista per opportunismo. Prenda Picasso: miliardario mascalzone, avido, senza nessun riguardo per gli umili, ha accumulato una fortuna senza mai fare beneficenza in vita sua…».

Era colpa dell’egemonia della sinistra sulla cultura – sosteneva — se la sua autobiografia tradotta in dodici lingue non trovava un editore in Italia, se il suo Giovane Toscanini era stato fischiato a Venezia: «Non sarà stato uno dei miei film migliori, però al Festival non attesero neppure di vederlo, cominciarono a rumoreggiare appena sullo schermo apparve il mio nome. Continuarono per tutto il tempo. Alle 3 di notte, mentre ero solo in camera, distrutto dalla rabbia, davanti a una bottiglia di whisky, ricevetti una telefonata. Una voce amica che mi diceva: “Mi vergogno di essere italiano. Dobbiamo salvarli da loro stessi, perché non sanno quello che fanno”». Era Silvio Berlusconi.

Solo una volta Zeffirelli ebbe un coro di consensi. Fu quando girò «Un tè con Mussolini»: la storia della sua infanzia e della sua formazione, a cominciare dal nome. Zeffirelli non esiste. Se l’era inventato sua madre, Alaide Cipriani. Franco si definiva «un figlio dell’amore». Il padre si chiamava Cursi ed era sposato con un’altra donna, quando lo riconobbe era già grande. La madre aveva altri tre figli, un marito in sanatorio e un negozio di moda in piazza della Repubblica. «La mia nascita fu uno scandalo per tutta Firenze — raccontava Zeffirelli —. Mia madre ne morì, quando avevo sei anni. Sono cresciuto con due cugine di mio padre. Tre volte la settimana andavo a lezione di inglese da una signora, Mary ’O Neill, che mi introdusse nel circolo degli anglosassoni di Firenze. C’era una ricca ebrea americana, che in “Un tè con Mussolini” è impersonata da Cher, la quale saldò il conto di mia madre solo dopo la sua morte, e mi consentì di studiare. E c’era la moglie dell’ex ambasciatore britannico a Roma, sino all’ultimo fiduciosa nel fascismo che aveva salvato l’Italia dai rossi. Ero molto legato a un professore di diritto romano che viveva nel convento di San Marco: Giorgio La Pira. Fu lui a spiegarmi che l’aborto è un crimine e che i totalitarismi, fascismo nazismo comunismo, sono tutti uguali, ma il comunismo è più pericoloso. La Pira non era un pacifista. Fu lui a dirmi di salire sull’Appennino per combattere nazisti e fascisti, ad ammonirmi che bisogna essere pronti a impugnare la spada per difendere Cristo da chi lo nega».

Zeffirelli in effetti è stato un partigiano. Liberale. Che rischiò di essere ammazzato da altri partigiani. Comunisti. «Li vidi fare cose orribili, assassinare un prete solo perché aveva benedetto le salme dei fascisti e gettare il suo corpo nella fossa che usavano come latrina. Cose che non si dimenticano. Un giorno pretesero di disarmarci. Ci salvò un gruppo di polacchi fuggiti dal campo di prigionia, che rifiutarono di consegnare i fucili. Altrimenti mi avrebbero sparato alle spalle, com’erano soliti fare, per poi presentarmi come un caduto in battaglia».

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Il maestro non riteneva chiusa la ferita della guerra civile e finita la guerra fredda. «Siamo ancora lì. Non sono cambiati. Hanno distrutto il partito socialista. Impediscono all’Italia di diventare una democrazia normale. Alimentano l’oscenità e la stupidità dei centri sociali, finti ribelli figli di veri ricchi; la penso come Pasolini, un altro che aveva sparso il sale ma fu sempre molto carino con me, grande amico e grande scrittore, anche se non grande regista». Benigni? «Me lo ricordo trent’anni fa: faceva i numeri ai tavoli dei ristoranti romani, almeno quelli gli venivano bene. Non ricordo invece un suo film riuscito, tranne forse “Johnny Stecchino”. Di Moretti non saprei dire, nessuno dei suoi film mi è passato oltre le cornee».

Il suo sogno era fare un film – ovviamente costosissimo - sulla rivalità tra Leonardo e Michelangelo. Poteva passare ore a dissertare sui due Rinascimenti fiorentini: l’esplosione quattrocentesca di Brunelleschi, Donatello, Masaccio; il mistero della stasi medicea; e poi la grande stagione dei primi anni del ’500. Poi si inoltrava nelle differenze tra le attrici americane e delle francesi - le prime esplicite, le seconde conturbanti -, passeggiando nel suo giardino attorno al monumento al cane. Dono di Luchino Visconti.

15 giugno 2019 (modifica il 15 giugno 2019 | 22:19)

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3)  da  Facebook 

Franco #Zeffirelli: un uomo grande

Davide Vairani  2019-06-15  Leave a comment

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Franco #Zeffirelli: un uomo grande

di Davide Vairani

E’ morto all’età di 96 anni il grande regista italiano Franco Zeffirelli.

Scenografo e sceneggiatore, attore, regista, di film, prosa e lirica, Zeffirelli ha rappresentato un pezzo di storia del mondo dello spettacolo e della cultura per il nostro Paese e in ambito internazionale.

“Ciao maestro”, si legge sul sito della Fondazione Zeffirelli annunciando la scomparsa avvenuta nella sua casa a Roma: “Si è spento serenamente pochi minuti fa Franco Zeffirelli. La scomparsa è avvenuta alla fine di una lunga malattia. Il Maestro riposerà nel cimitero delle Porte Sante di Firenze”.

Un genio, senza dubbio.

Nel suo sangue scorreva quello di Leonardo Da Vinci.

Tra i 35 discendenti che appartengono all’albero genealogico di Leonardo, infatti, c’è anche un altro artista, dei nostri tempi: il regista Franco Zeffirelli, che all’anagrafe si chiama Gianfranco Corsi (in "Leonardo Da Vinci, scoperti 35 discendenti ancora in vita. E tra loro c’è Franco Zeffirelli", "Il Fatto Quotidiano", 15 aprile 2016)

Franco Zeffirelli è figlio di Ottorino Corsi (nato e vissuto a Vinci e successivamente trasferitosi a Firenze), nipote di Olinto Corsi, uno dei personaggi più noti della Vinci di fine Ottocento. Secondo la ricostruzione dell’albero genealogico, la famiglia Corsi si è imparentata con la famiglia Da Vinci nel 1794 grazie al matrimonio fra Michelangelo di Tommaso Corsi e Teresa Alessandra Giovanna di Ser Antonio Giuseppe Da Vinci, diretta discendente di Ser Piero, padre di Leonardo.

“Dopo alcune dichiarazioni dello stesso Zeffirelli – spiega Vezzosi – in occasione del Premio Leonardo che nel 2007 gli venne consegnato dal presidente Napolitano, ho fatto una serie di ulteriori ricerche per definire esattamente il rapporto tra la famiglia di Leonardo Da Vinci e quella dei Corsi, e quindi di Zeffirelli. E anche sulle due case appartenute in antico alla famiglia di Leonardo e poi agli antenati di Zeffirelli nel borgo e nella campagna di Vinci”.

Un uomo grande, soprattutto, con un senso religioso che lo ha portato nella fede dei semplici, autenticamente commossa dal provare sulla propria pelle quella carezza del Nazareno. Cosa altro sono il suo Gesù e il suo San Francesco, se non la più alta espressione di questo?

Nello scorrere su internet, mi sono imbattuto in un suo scritto del 2002 che mi ha commosso profondamente e che - forse - pennella ottimamente chi è il maestro Zeffirelli.

"La mia vita è un premio. Una madre che genera una vita è una donna premiata, qualunque sia la sua situazione, qualunque siano i conti da pagare, qualunque siano i suoi problemi emozionali: ha il marito, non ha il marito, ha quello che la ricatta, quello che l'ha abbandonata.

Il privilegio di portare la vita è un privilegio che gli uomini non hanno: noi siamo inferiori alle donne per questo. Il miracolo di sentir germogliare nel proprio ventre una nuova vita, il vederla sbocciare e vederla venir su rende voi donne più forti.

Anche se alla fine i figli vi deludono, gli anni della creazione della vita nessuno ve li toglierà mai e in qualunque momento della vostra esistenza, quando la pena del mondo, l'abbandono degli affetti vi cadrà sulle spalle, ripercorrerete certamente col pensiero, col cuore quei meravigliosi mesi in cui avete creato una vita.

Che poi quello sia divenuto un assassino, un papa, non importa.

Ed è strano che sia io a dire queste cose, io che non sono né padre né madre né niente?

Sono solo figlio. Di più, sono un aborto mancato.

Avrei dovuto essere abortito, perché nascevo da due persone che erano entrambe sposate: lui aveva una famiglia bella e pronta, lei aveva tre figli ed erano tutti e due al tramonto dell'età delle frizzole.

E invece si innamorarono pazzamente e mia madre rimase incinta. Tutti naturalmente le consigliarono di abortire.

Il marito era moribondo, quindi non c'era neppure la possibilità di nascondere la gravidanza illegittima.

Mio padre  - da buon galletto -  andava dicendo in giro che questo figlio era suo, però non faceva niente.

Ma la gravidanza andò ugualmente avanti.

La mia nonna stessa me lo confessò e mi chiese scusa. Disse: 'Io ero la prima feroce nemica di questa gravidanza'.

E io invece nacqui contro il parere di tutti, perché mia madre ripugnava il pensiero di uccidermi: 'Morirei di rimorso, nel pensiero di aver avuto tre figli e di aver distrutto un'altra vita'. Molti dei miei avversari invece dicono: 'Magari ti avesse fatto fuori'.

È l'odio delle persone, mentre io vorrei conoscere solo l'amore, perché sono stato amato nel ventre di mia madre, ho assorbito tanto di quell'amore, l'ho sentito, mi è entrato addosso.

Mia madre l'ho persa che avevo sette anni, però sono rimasto impregnato del suo amore.

Quando qualcuno ti ha amato veramente tanto e tu l'hai amato, questo amore, questa fiammella, questa fiaccola non si spegne mai, ti è sempre accanto.

Siamo fatti di spirito, chi ci crede.

Io ci credo profondamente perché la vita mi ha dato continue verifiche di non essere un ammasso di cellule, ma di essere un corpo che alloggia temporaneamente uno spirito che è la frazione del grande Creatore, di Dio a cui torneremo.

Questa è la mia concezione: non me la sgangherate, perché sto benissimo così, dormo sonni tranquilli, sono arrivato a settant'anni e voglio arrivare tranquillo al mio ultimo passo.

Forse interessa un piccolo episodietto della mia vita.

Calza a pennello proprio in seguito alla mia storia. Quella di un bastardino.

Infatti, io non avevo il nome né di mia madre né di mio padre.

Mia madre inventò questo nome Zeffirelli perché, secondo un'antica tradizione dell'ospedale degli Innocenti di Firenze che si tramanda dai tempi di Lorenzo il Magnifico, ogni giorno della settimana corrispondeva ad una lettera.

Il giorno che nacqui io toccava alla Z e mia madre, che oltre ad essere una grande sarta era musicista, pianista, un'appassionata di Mozart, con tanto di farfalle e zeffiretti, quando le proposero la Z come iniziale, all'impiegato comunale disse, appunto, Franco Zeffiretti.

Quello non capì bene e, invece delle doppie 't', mise le doppie 'l': Franco Zeffirelli.

Sono sicuro di essere l'unico con questo nome al mondo, però più tardi, divenuto grandicello, ero soltanto figlio di NN.

A scuola tutti sapevano che il mio babbo si chiamava NN e mia mamma si chiamava NN.

Quindi era tutto uno sfottò, anche se innocente, perché veniva da bambini che non sanno.

Un giorno ci fu una rissa nel convento di San Marco dove io frequentavo l'Azione Cattolica e dove viveva una persona molto importante, molto curiosa, che ogni tanto arrivava con i suoi libri e i suoi occhialoni.

Era Giorgio La Pira.

Lui insegnava storia del diritto romano e viveva lì come un frate laico, ma stava molto con noi, ci guardava e ogni tanto interveniva dicendo: '

La Madonna. Quando avete un problema c'è sempre la Madonna, la Madonna! Salva tutto la Madonna'.

Quel giorno ci vide picchiarci e chiese che stava succedendo: 'Ha detto che mia mamma è una puttana', gli risposi.

Lui disse al ragazzo con cui mi stavo picchiando: 'Tu vai a casa, che se comincio a parlare io della tua mamma ne vengono fuori delle belle!".

Poi mi prese, tutto scosso e incavolato, mi tirò su per quel bellissimo scalone che certamente conoscete, che va dal chiostro al primo ordine del convento, e in cima al quale c'è l'Annunciata di frate Angelico.

Mi portò su di corsa proprio davanti a questo dipinto. 'Lo sai cosa è questo?', mi chiese. 'L'Annunciazione', risposi.

'E sai cos'è 'Annunciazione'?'. 'E beh, è venuto un angelo davanti alla Madonna e le ha detto che sarà madre di Gesù?'.

'Sì va bene, ma come?'. 'E' la madre di Gesù?', feci io sempre più confuso.

'Come sarebbe diventata la madre di Gesù?'.

A quel punto io mi impappinai definitivamente, perché sapevo come nascevano i figlioli, ma non volevo attribuirlo a Dio.

Allora mi aiutò lui:

'Perché lo Spirito divino è disceso nella carne, nel ventre di questa donna e si è incarnato.

Hai capito? Quindi non vergognarti mai.

La maternità è sempre santità.

Qualunque cosa dicano di tua madre, tu la devi pensare sempre come una santa, perché è come la Madonna e quando avrai bisogno di qualcosa nella vita, prega la Madonna e pregherai tua madre'.

E questa cosa da allora mi è rimasta addosso.

È lo splendor veritatis, per riprendere le parole di Giovanni Paolo II.

Da quel giorno il problema di mia madre, della sua moralità, del suo atteggiamento e amore verso di me non l'ho più avuto"

"Zeffirelli: la mia storia vera. Eccomi, son figlio di NN"
in "Vita.it", 09 agosto 2002


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qui uno dei suoi capolavori, integrale (sottotitoli in Lingua Romena, h.1:50'),
con grandi cantanti (Stratas e Domingo) - nei primi minuti del film,
belle immagini
di Parigi - compresa la Cattedrale di Notre Dame
il film di G. Verdi LA TRAVIATA


TRAVIATA in ed. Salisburgo 2005 (sottotitoli in Lingua Spagnola, h. 2:10')
con Netrebko e Villazon
===============================================================    fine

 

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