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Lo psichiatra Giovanni Galli con le sei figlie le prime tre che ha adottato sfuggirono molto piccole al genocidio ruandese«Appena varcai il confine mi colpì l’odore di cadavere che impregnava tutto. I morti erano sparsi ovunque, interi o a pezzi, e i vivi avevano lo sguardo perso nel vuoto, sopravvissuti nel corpo ma morti dentro. Quell’odore mi è rimasto impresso per anni». Era il maggio del 1994 e Giovanni Galli, giovane psichiatra bolognese, andava nel luogo da cui tutti fuggivano, il Ruanda del genocidio più cruento del Novecento, certamente il più rapido: «Durò solo cento giorni, dal 6 aprile 1994 a metà luglio, durante i quali ottocentomila persone furono uccise a colpi di machete, martelli e bastoni chiodati, prima gli adulti, poi i bambini». Erano gli Hutu contro i Tutsi, fino al giorno prima tutti pacificamente ruandesi, compagni a scuola e colleghi al lavoro, amici e vicini di casa, sposati tra loro e imparentati. Poi, improvvisamente, nemici. «Nel mattatoio per animali che c’era vicino a noi, furono messi in fila e massacrati uno a uno. Persino nelle chiese dove si rifugiavano furono chiusi dentro e uccisi tutti, cristiani contro cristiani» (nella sola chiesa di Nyarubuye ventimila civili furono massacrati tra il 15 e il 16 aprile del 1994). Un genocidio programmato con diligenza: dalla Cina erano stati importanti 581mila machete, l’arma più economica e straziante. E la radio nazionale ruandese spronava gli Hutu al massacro degli «scarafaggi Tutsi» e guidava le squadre della morte dettando i nomi e gli indirizzi. Come obbedendo a un ordine infernale, amici, colleghi, parenti, persino coniugi e figli divennero persecutori l’uno dell’altro.

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