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Un testo ricco e articolato, che perciò sarà utile leggere fino in fondo !


di Luca Del Pozzo -  
C’è un vescovo, M.or Andrè Leonard, dal 2010 al 2015 titolare della diocesi di Malines-Bruxelles. E c’è un giornalista, Drieu Godefridi, che non appartiene alla Chiesa e che anzi è dichiaratamente agnostico. I due si sono incontrati, hanno discusso a lungo, il primo incalzato dalle domande del secondo, a sua volta stimolato dalle argomentazioni serrate e per certi aspetti provocatorie del primo. Ne è scaturito un libro-intervista che è un balsamo per chiunque in questa calda e chiassosa estate voglia leggere qualcosa di autentico, di vero, di bello.

 

Con un’avvertenza: il libro in questione non è roba per palati politicamente corretti, che anzi molte delle cose che M.or Leonard dice con straordinaria franchezza e libertà (entrambe pagate a caro prezzo) suonano decisamente controcorrente tanto rispetto alla vulgata imperante di stampo laicista quanto in rapporto a certi discorsi ecclesiali sedicenti cattolici. A partire dal titolo, “Dio è morto?”, che è tutto un programma. Un titolo che si spiega a motivo del fatto che la società con cui oggi la Chiesa è chiamata ad interloquire (e, possibilmente, ad evangelizzare) ha un tratto radicalmente, profondmente diverso e nuovo rispetto alle epoche passate. E questo perchè per la prima volta nella storia si inizia a parlare di “transumanesimo”, cioè di un qualcosa che va oltre l’umanesimo come l’abbiamo conosciuto.

Siamo insomma di fronte ad un tipo di uomo, ad una antropologia compiutamente nicceana nella misura in cui realizza l’Oltre-uomo profetizzato dal filosofo tedesco che, grazie all’accelerazione del progresso scientifico e tecnologico, sta prepotentemente scalzando Dio dal posto che gli spetta ergendosi a padrone assoluto della propria (e altrui, vedi alla voce: aborto) vita e della propria morte. Questa è la società con cui la Chiesa oggi ha a che fare, il mondo nuovo in cui il sogno di Prometeo che regge il globo terrestre con le sole sue forze, la cui statua all’ingresso del Rockfeller Center non a caso fronteggia la cattedrale di S.Patrizio a New York, sta diventando realtà.

E se questa è la situazione, la domanda che dà il titolo al libro è più che pertinente, con buona pace dei volenterosi laudatores in servizio permanente effettivo che dalle colonne dei giornali, delle televisioni (per non dire dei social), e anche da qualche pulpito, non perdono occasione per straparlare di un improbabile quanto ineffabile “ritorno del sacro”.

Scorrendo le pagine del libro, che si legge tutto d’un fiato, si è in grado di apprezzare lo sforzo dei due interlocutori, che hanno voluto sviscerare la domanda del titolo muovendo da molteplici angolazioni, dando vita alle tre parti che compongono il volume: la prima, dedicata alle questioni sociali (eutanasia, aborto, omosessualità, libertà, gender, Islam, pedofilia, ecc.); la seconda, dedicata alle questioni filosofiche (fede e ragione, creazionismo vs evoluzionismo, idealismo, determinismo e libertà, ecc.); e la terza, centrata invece sulle questioni ecclesiali (Chiesa e dibattito pubblico, le Scritture, il problema del male, l’apologetica, ecc.).

Il risultato è un affresco a tutto tondo di straordinaria lungimiranza, ma anche un utile vadecum a cui attingere all’occorrenza. Il tutto con un linguaggio semplice ma non banale, che rende godibilissima la lettura. Impossibile, ovvio, dare conto in poco spazio dei tanti spunti offerti da M.or Leonard (inutile girarci intorno, è lui “il” protagonista del dialogo, senza nulla togliere a Godefridi che, anzi, credo ne sia perfettamente consapevole e accetti di buon grado il ruolo di “spalla”, seppur di lusso). Data anche l’attualità della questione, penso sia utile soffermarsi sulle pagine del volume dedicate alla libertà. La questione è presto detta: per M.or Leonard c’è un fil rouge che accomuna aborto, eutanasia, omosessualità, gender, ecc., ed è il “culto unilaterale della nostra libertà nella sua forma individualista”.

L’errore di fondo, per così dire, di questa visione sta nel fatto che la libertà viene assolutizzata mentre invece, osserva M.or Leonard, “essa è sempre relativa a migliaia di altri aspetti della nostra esistenza o della realtà”. Detto altrimenti: la nostra libertà non esaurisce la nostra umanità. E’ sicuramente importante, ma non è tutto. Per un motivo molto semplice: “la maggior parte di ciò che noi siamo in quanto esseri umani non è dipesa e non dipende dalla nostra libertà. Non ho scelto io di esistere, non ho scelto i miei genitori, non ho scelto il mio profilo genetico, non ho scelto la mia lingua, non ho scelto il mio nutrimento quand’ero bambino, non ho scelto la mia cittadinanza”.

Con l’avvento della modernità insomma, è comparso sul proscenio della storia un tipo di uomo che progressivamente ha inteso se stesso come ab-soluto, cioè sciolto da ogni legame e in grado di auto-determinarsi. Ciò che poi corrisponde a quanto descritto in Genesi 3, che lungi dall’essere una favoletta per bamboccioni creduloni, è la fotografia esatta di ciò che in epoca moderna è stato addirittura elevato a valore e norma di vita: farsi dio di sè stessi, decidendo da soli ciò che è bene e ciò che male. Se vogliamo dire le cose come stanno e guardare in faccia la realtà, allora bisogna dire forte e chiaro che dietro l’aborto, l’eutanasia, l’utero in affitto, l’omosessualismo, l’ideologia gender, ma anche, chiaro, la contraccezione, la sessualità a modo mio eccetera eccetera, c’è una cosa sola, l’eterna seduzione del Malvagio per eccellenza: “diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male”.

Ciò a cui oggi assistiamo è il risultato di un processo di progressiva secolarizzazione e laicizzazione della vita pubblica che, iniziato agli albori della modernità con Pico della Mirandola e la sua “Oratio de hominis dignitate” (non a caso una rilettura “prometeica” di Gen 1), è culminato in quel Vaffa-day ante-litteram (duranto però un anno intero e più) che è stato il ’68. Un intero modello culturale è stato processato e condannato senza pietà come repressivo, retrogrado, superato. La nuova parola d’ordine fu “diritto”: dal ‘68 in poi all’etica del dovere (vero Dio il prossimo la società) si è sostituita una superba (in senso negativo) etica del diritto che pian piano ha portato alla barbarie attuale dove ogni desiderio si pretende venga tradotto, appunto, in un diritto. Contestando alla radice il principio di autorità (che fa tutt’uno con quello di realtà), le radici cristiane della società sono state progressivamente soppiantate da un laicismo virulento che ha relativizzato ogni ambito facendo dell’uomo, di ogni singolo uomo e della sua libertà la misura di tutte le cose.

La verità è che abbiamo creato un mostro. E dico abbiamo perché una buona fetta di responsabilità ce l’abbiamo anche noi cattolici, quanto meno quegli ambienti ieri come oggi affascinati e irretiti dalle sirene della modernità. Perché un uomo come quello descritto da M.or Leonard, che vive in funzione della sua libertà, e che anzi nutre, felicissima espressione, un “culto adolescenziale” della libertà che lo fa capace di amare null’altro che sé stesso, è un essere deforme e mostruoso; un essere che vive per se stesso, abbrutito da un egoismo che lo costringe ogni volta ad alzare l’asticella delle sue pretese nei confronti della società. E dunque prima la mia carriera, la mia affermazione, il mio benessere. Prima io. Poi, forse, tutto il resto. E’ esattamente per questo motivo, tra l’altro, che non si fanno più figli. Ma quali problemi economici. Nel dopoguerra l’Italia era ridotta in miseria, e i figli si facevano lo stesso. Perché? Perché non si viveva per se stessi. Siamo fatti per amare.

E’ inscritto nella nostra natura che possiamo realizzarci soltanto amando. Ma non nel modo sentimentale e peloso in cui oggi questa parola viene intesa. Amare sul serio vuol dire vivere per un altro, vuol dire dare la propria vita: nel matrimonio, in famiglia, con gli amici, nel lavoro, in una parrocchia piuttosto che in un monastero, ovunque. S. Paolo ha spiegato meglio di chiunque altro il senso di ciò che Cristo ha fatto: “egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro” (2 Cor 5, 15). Bene. Se ora uno pensa che il “vivere per se stessi” che nella tradizione cattolica è da sempre identificato con il peccato originale, con l’avvento della modernità – e più ancora dal Sessantotto in poi – è stato invece posto come principio filosofico di una nuova antropologia che oggi ha assunto i connotati del trans-umanesimo, si ha chiara la misura della gravità della posta in gioco (che però per qualcuno non è nè chiara nè grave, con tutto ciò che ne consegue). Non solo.

Un aspetto paradossale, anche se solo fino a un certo punto, di questa vicenda è che a furia di assolutizzarla, la libertà è stata come svuotata. Giustamente Godefridi fa notare che la libertà dei costumi che oggi vediamo c’era, per dire, anche negli ultimi anni della Repubblica romana. Se cioè viene meno ogni argine morale, se tutto è permesso, se io sono libero di una libertà fine a se stessa, nasce il problema – appunto – di come ripempirla, questa libertà. Ciò che spiega la dissolutezza dei costumi oggi imperante. Nota Godefridi: “Se l’essere umano non ha altri valori intorno ai quali articolare la sua libertà, si condanna ad una forma di vacuità della libertà…”. Ed è interessante notare come sul punto vi sia totale sintonia di vedute tra il giornalista e M.or Leonard, che anzi ribadisce il concetto evidenziando la differenza tra Kant e Sartre nella misura in cui il filosofo francese nella sua opera forse più famosa, “L’esistenzialismo è un umanismo”, arriva a teorizzare una libertà che non vuole altro che se stessa. Il problema è che una libertà siffatta, dice M.or Leonard, “disumanizza l’uomo, diventa pura forma, indifferente al contenuto”. E’ l’affermazione, in altri termini, di quanto diceva Dostoevskji: se Dio non c’è (o, aggiungiamo noi, se l’uomo si fa dio di sè stesso) tutto è possibile. Mentre invece la libertà vera, autentica, è quella che  – riprendendo S.Tommaso d’Aquino – porta l’uomo a diventare ciò che è, ossia a corrispondere alla sua intima vocazione. Dice M.or Leonard: “…la sua (dell’uomo, ndr) grandezza, è che egli deve diventare ciò che è con l’impegno della propria libertà…Diventa ciò che sei, ma ciò che sei non l’hai fatto tu. Renditi veramente uomo a partire da questa umanità che tu non hai dato a te stesso, ma nella quale tu ti scopri impegnato insieme ad altri”.

C’è insomma un disegno “oggettivo” al quale ogni uomo è chiamato ad aderire liberamente – come dice l’Apostolo agli Efesini: “siamo opera sua, essendo stati creati in Cristo Gesù per fare le opere buone, che Dio ha precedentemente preparate affinché le pratichiamo”  – rispetto al quale le buone intenzioni contano poco. M.or Leonard lo dice chiaramente: “la sincerità non basta, l’autenticità non basta. Un grave errore può essere sincero, un errore di orientamento può essere autentico. La vita morale non è solo una questione di sincerità…Altrimenti ci consideriamo come se fossimo Dio, come se fossimo noi stessi il bene”. Come si vede, una visione netta, lucida e autenticamente cattolica, che ha il pregio ulteriore di smascherare l’equivoco che soggiace a certi discorsi, dentro e fuori la Chiesa, attorno ad un altro totem dei nostri tempi: la libertà di coscienza. E qui è importante sottolienare che le parole di M.or Leonard recheggiano e si ricollegano (anche questa è comunione dei santi!) a quanto giusto trentacinque anni fa, durante l’Anno Santo straordinario della Redenzione del 1983, l’allora pontefice S. Giovanni Paolo II ebbe a dire nel corso di una serie di udienze tenute nell’estate di quell’anno. Il tema era, appunto, la Redenzione. O meglio, gli effetti della Redenzione sulla vita morale dell’uomo. Il che portò il santo Papa polacco ad affrontare la questione della libertà e della coscienza. Punto di partenza, la domanda su come debba vivere l’uomo redento da Cristo.

Posto che la Redenzione pone l’uomo in uno stato di vita completamente diverso da prima, come si manifesta in concreto l’opera redentrice di Cristo nella vita di tutti i giorni? La risposta è presto detta: seguendo la legge di Dio. Che nell’ottica paolina a cui il Papa si rifà vuol dire non aderire a degli obblighi esteriori quanto piuttosto compiere la volontà di Dio nella propria vita. “Questo progetto creativo di Dio – dice il Papa nell’udienza del 27 luglio 1983 – in quanto conosciuto e partecipato dall’uomo, è ciò che noi chiamiamo legge morale”. Che quindi lungi dall’essere un qualcosa che si contrappone alla libertà, è esattamente , prosegue il Papa, “…ciò che garantisce la libertà, ciò che fa sì che essa sia vera, non una maschera di libertà: il potere di realizzare il proprio essere perosnale secondo verità”. Detto altrimenti: la verà libertà non sta nel fare quello che ci pare e piace, ma nell’essere liberi di aderire alla vocazione più profonda che Dio ha inscritto nel cuore dell’uomo: vivere non per sè stessi ma per gli altri (moglie marito figli colleghi di lavoro ecc.), e in ciò essendo felici perchè si è felici solo amando, cioè uscendo da sè stessi. Chiaro che in quest’ottica, e qui torna il discorso che abbiamo visto poc’anzi con M.or Leonard, non è sufficiente “avere l’intenzione di agire rettamente perchè la nostra azione sia obiettivamente retta, cioè conforme alla legge morale”, dice Wojtyla. Ciò che conta non è quello che io penso essere il bene per me, ma ciò che Dio ha pensato per il mio bene: “la verità espressa dalla legge morale è la verità dell’essere, come esso è pensato e voluto non da noi, ma da Dio che ci ha creati”. Dice niente rispetto a certi discorsi che si sentono oggigiorno nella Chiesa? Ma andiamo avanti, che il meglio deve ancora venire.

Come si colloca, in tutto ciò, la coscienza? Perchè uno protrebbe dire sì, va bene, ok, devo fare la volontà di Dio. Ma non siamo mica robot, giusto? Dio non vuole marionette, persone che subiscono la vita senza esserne veramente e autenticamente protagonisti. Come si concilia, allora, libertà dell’uomo e volontà di Dio? E che ruolo ha, in questo discorso, la coscienza? La risposta a queste domande sta nelle due, straordinarie catechesi tenute da S.Giovanni Paolo II il 17 e 24 agosto di quell’anno. Due perle di sapienza la cui lettura e meditazione andrebbe imposta (eh sì, quanno ce vò ce vò, come si dice a Roma) in tutti i seminari dell’orbe cattolico (e in tanti altri bei posti, ma lasciamo stare). Anche qui, punto di partenza una domanda: quali criteri di giudizio usa la coscienza? Come fa cioè la coscienza a discernere – leggi bene: discernere, non decidere – ciò che è bene e ciò che è male? Allo stesso modo per cui ogni uomo ha innato una sorta di senso estetico che lo porta a dire “questo è bello, questo è brutto”, esiste anche un “senso morale”, dice il Papa, che ci fa dire “questo è giusto, questo è sbagliato”. Ma sulla base di cosa, cioè di quali criteri? Il Papa cita un brano della Dignitatis Humanae (alla cui elaborazione, come è noto, lo stesso Wojtyla contribui non poco) del Vaticano II, che in sostanza dice due cose: 1) norma suprema dell’agire morale è la legge di Dio; 2) l’uomo coglie gli imperativi della legge divina mediante la sua coscienza che è tenuto a seguire per arrivare a Dio, suo fine. Arriviamo al punto: “la coscienza morale – dice il Papa – non è un giudice autonomo delle nostre azioni. Essa desume i criteri dei suoi giudizi da quella «legge divina, eterna, oggettiva e universale»…di cui parla il testo conciliare”. Per questo, prosegue Wojtyla, il Concilio ha detto che “l’uomo, nella sua coscienza, è «solo con Dio». Si noti: il testo non si limita ad affermare: «è solo», ma aggiunge: «con Dio». La coscienza morale non chiude l’uomo dentro una invalicabile e impenetrabile solitudine, ma lo apre alla chiamata, alla voce di Dio”.

Chiarito che la coscienza morale può solo discenere, ascoltando Dio che parla, ma non decidere ciò che è bene e ciò che è male, Wojtyla va diretto al passaggio successivo: la coscienza – udite udite – non è infallibile e, anzi, può sbagliare. Per questo è un qualcosa che va maneggiato con molta cura. Il Papa lo dice a chiare note: “Non è sufficiente dire all’uomo: «Segui sempre la tua coscienza». E’ necessario aggiungere subito e sempre: «Chiediti se la tua coscienza dice il vero o il falso, e cerca instancabilmente di conoscere la verità»”. E’ necessario insomma che la coscienza sia opportunamente formata, il che richiede l’assidua frequentazione della dottrina della Chiesa (quando questa è “sana”, ci permettiamo di aggiungere, il che non sempre è scontato). Ma, dice ancora il Papa, quando parliamo di formazione della coscienza c’è un problema per così dire, a monte, che dev’essere risolto. Problema che nell’ottica del pontefice è una vera e propria “malattia mortale” che va sotto il nome di “indifferenza verso la verità”.  “Come potremmo, infatti,  – si chiede Wojtyla – essere preoccupati che la verità abiti nella nostra coscienza, se riteniamo che l’essere nella verità non sia un valore di importanza decisiva per l’uomo?”. Se insomma tutto è relativo; se bene e male non hanno un connotato oggettivo ma soggettivo; se vero e falso è una questione di gusti personali; se ciò che conta è fare ciò che uno pensa senza badare se quello che pensa sia giusto o sbagliato, o ritenere più importante cercare la verità che trovarla dal momento che la verità non è mai raggiungibile, col risultato di confondere “il rispetto dovuto ad ogni persona, qualcunque siano le idee che professa, con la negazione dell’esistenza di una verità obiettiva”: chiaro che in questa prospettiva non ha alcun senso preoccuparsi di formare la propria coscienza. Col risultato di ritrovarsi, prima o poi, a “confondere la fedeltà alla propria coscienza con l’adesione a una qualsiasi opinione personale o della maggioranza”.

Ecco dunque il primo passo, il punto di partenza nel percorso di formazione di ogni coscienza: l’amore alla verità, perchè “non si trova la verità se non la si ama; non si conosce la verità, se non si vuole conoscerla”. E siccome l’origine di questa malattia mortale S.Giovanni Paolo II la rintraccia nell’orgoglio, quell’orgoglio luciferino che fin dal principio porta l’uomo a credersi un padreterno, per poter guarire c’è bisogno di una cosa sola, di cui per altro nella Chiesa di oggi si sente parlare sempre meno: la conversione del cuore. Conversione per la quale la grazia del sacramento della riconciliazione, di cui il Papa auspicava il ritorno della frequentazione assidua, è un aiuto potente.  Non basta conoscere la legge morale per saper discernere, nelle scelte di tutti i giorni, ciò che è bene e ciò che male; è necessario che l’uomo sia come “sintonizzato”, se mi si passa il termine, sulla stessa lunghezza d’onda di Dio in modo da poter percepire, “quasi per una forma di istinto spirituale”, dice Wojtyla, da che parte sta il bene e sapersi orientare di conseguenza. E quale balsamo migliore della grazia sacramentale per curare la malattia dell’indifferenza verso la verità e far sì che l’uomo riceva sempre più forte e chiaro il segnale da/di Dio ed essere con Lui sintonizzato? Da qui l’importanza della Chiesa e dei suoi ministri; non solo, contrariamente a quanto sostiene certa teologia “orgogliosa”, non c’è alcun conflitto tra coscienza e Magistero, ma anzi la fedeltà al Magistero della Chiesa è ciò che mette al riparo la coscienza dal pericolo, sempre alle porte, di cadere vittima dei tanti ciarlatani e falsi profeti che, ieri come oggi, fuori sembrano pecore ma dentro sono lupi rapaci. Buona lettura e buone vacanze a tutti.

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