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Appuntamenti & segnalazioni

Giovanni ConsoInteressante articolo su un grande giurista e uomo delle Istituzioni; nel suo ricordo
l'occasione di ripercorrere alcuni fatti (poco onorevoli) della nostra storia recente.
Giovanni Conso



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Quel che è certo è che le mani su Giovanni Conso nessun magistrato di Palermo potrà più metterle. Se ne è andato dopo una lunga vita di persona per bene, di bravo giurista, di vero riformatore, di persona che, con la sua determinata mitezza, cercava le soluzioni. La carriera politica non è stata per lui la cosa più importante della vita, ma forse la più dolorosa. Quella per la quale, purtroppo, qualche giornalaccio vorrà ricordarlo in negativo: per quel decreto che avrebbe cambiato la storia di Tangentopoli e d’Italia senza il voltafaccia di Scalfaro, e per la riduzione del numero di detenuti sottratti alla tortura del 41bis. Due iniziative doverose e giuste, invece. Degne del Giovanni Conso che abbiamo sempre apprezzato.

Certo è forse più “noioso” ricordare che Giovanni Conso è stato docente ordinario di procedura penale in diverse università italiane, Presidente dell’Accademia dei Lincei e poi vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura e Presidente della Corte Costituzionale. Ma questa è stata la sua vita. E avrebbe potuto correre su questi binari fino alla fine, se nel 1992 il Pds di D’Alema e Occhetto non avesse usato il suo nome e il suo prestigio per una finta candidatura alla Presidenza della Repubblica, dopo le dimissioni forzate di Francesco Cossiga. Conso prese 253 voti e poi fu eletto Scalfaro. Quasi a compensazione (di certo non richiesta) gli fu offerto nel 1993 da parte del presidente del consiglio Giuliano Amato il ruolo di ministro Guardasigilli.

Posso testimoniare personalmente di aver conosciuto, mentre ero deputato di opposizione al governo e vicepresidente della Commissione giustizia della camera, un ministro corretto, sempre disponibile all’ascolto, attento alle garanzie e ai diritti del singolo individuo. Il 1992 e il 1993 non sono stati anni facili. Da più parti, compresi alcuni settori della magistratura, si cercavano soluzioni politiche o giuridiche per uscire da Tangentopoli in modo equo e possibilmente non troppo doloroso. Tutti i partiti di governo e il maggior partito di opposizione (il Pci-Pds) si erano finanziati in modo irregolare o illegale, come denunciò lo stesso Bettino Craxi in due famosi discorsi alla Camera. Il ministro Conso, in accordo con il Presidente Scalfaro, preparò un decreto per depenalizzare il reato di finanziamento illecito ai partiti, con vincoli stretti sulla restituzione del denaro e allontanamento per un certo periodo dalla vita pubblica delle persone responsabili. Un provvedimento sensato, che piaceva a tutti. O quasi.

Anche i principali quotidiani italiani – i cui direttori e caporedattori si accordavano la sera precedente sull’uscita del giorno dopo- si stavano allineando su un giudizio positivo. Tanto che l’Unità, organo del Pci-Pds, aveva preparato un titolo accattivante, “Non è un colpo di spugna”, sull’editoriale del senatore Cesare Salvi. Ma governo, Parlamento e sistema dell’informazione, pur tutti messi insieme, erano più deboli dei cinque uomini che, dal quarto piano del palazzo di giustizia di Milano, avevano in pugno l’opinione pubblica e di conseguenza l’interno Paese. Ci fu una telefonata tra Scalfaro e il Procuratore Borrelli? Probabile. Fatto sta che il Presidente della repubblica all’ultimo momento ritirò la firma dal decreto e il governo, che pure avrebbe potuto (la firma del Capo dello Stato non è vincolante), non ebbe il coraggio di ripresentare comunque il provvedimento alle Camere.

Il grottesco fu anche che l’Unità con una bella capriola titolò l’editoriale di Salvi “E’ un colpo di spugna” e così il Corriere di Paolo Mieli e tutti i più importanti quotidiani. Di Pietro aveva vinto e il ministro Conso, dopo Martelli, ma prima di Mancuso, Flick e Mastella, entra nella galleria dei ministri di giustizia colpiti e affondati dalla magistratura. Anche perché, due mesi dopo la vicenda del decreto, e mentre la mafia, che l’anno prima aveva compiuto un vero sterminio culminato nell’assassinio dei giudici Falcone e Borsellino, aveva intensificato la sua attività criminale, un’altra iniziativa del ministro ne determinò in modo irrevocabile la fine dell’attività politica.

Da un anno, dopo la morte di Falcone, esistevano nel nostro ordinamento alcune leggi speciali (in particolare il famoso “decreto Scotti-Martelli) che avevano introdotto l’articolo 41-bis dell’ordinamento penitenziario, applicato in alcuni casi, come nelle carceri di Pianosa e Asinara, come vera tortura, non solo nei confronti dei mafiosi. E ancora bruciava quella sentenza del maxiprocesso in cui non era stato del tutto rispettato il nuovo codice di procedura penale, che pure avrebbe dovuto essere applicato da oltre due anni.

Conso, anche su suggerimento di alcuni giudici di sorveglianza, pensò di alleggerire il clima ormai irrespirabile, non prorogando il sistema di carcere duro a circa 300 imputati di reati minori nelle inchieste di mafia. Nessun capobastone rientrava in quel gruppo, pure il ministro fu messo in croce e in seguito interrogato dai magistrati della Procura di Palermo, quelli in particolare che portano i nomi di De Matteo (quello del “caso Scarantino”) e Antonio Ingroja (che cercò di far fruttare la propria popolarità con una perdente candidatura alle elezioni), i quali misero in piedi il famoso processo, infinito nei tempi quanto fragile nell’accusa, sulla “trattativa Stato-mafia”.

Invano Giovanni Conso avanzò le sue ragioni, spiegando il senso della sua iniziativa e dicendo indignato che lui mai avrebbe trattato con la mafia. Non fu creduto e addirittura indagato per falsa testimonianza. E’ questa la storia del giurista Conso? Questa è la parte dolorosa. Ma a noi piace ricordare l’altra, quella di un insigne giurista e un grande galantuomo.

©  Tiziana Maiolo su Il Garantista - 4.8.2015

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